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Banca Tercas, rinviati a giudizio 14 ex manager e amministratori

Gli anni del lassismo creditizio e dell’autoreferenzialità bancaria sembrano al loro definitivo tramonto. Dopo le perquisizioni alla Banca Popolare di Vicenza, dopo l’apertura del processo ai vertici della Carige e del suo dominus Giovanni Berneschi (vedere articoli in pagina) ecco una raffica di rinvii a giudizio decisi dall’ufficio dei Gip di Roma nei confronti di manager e amministratori della Cassa di risparmio di Teramo, la Tercas, sotto inchiesta da parte della procura di Roma sin dal 2011 e commissariata sino all’intervento del cavaliere bianco pugliese,la Banca popolare di Bari, che l’ha acquisita nel 2014.
E 14 sono i rinvii a giudizio ordinati dal giudice per le indagini preliminari Giulia Proto sui 16 richiesti dal pm Maria Francesca Loy. Tra loro Antonio Di Matteo, ex direttore generale della banca, l’avvocato Gianpiero Samorì, leader del Mir, movimento politico di centro destra vicino all’ex premier Silvio Berlusconi, l’imprenditore televisivo Francescantonio Di Stefano e l’immobiliarista Vittorio Casale. Per loro il processo inizierà il 13 gennaio prossimo e verrà celebrato di fronte al collegio della IX sezione penale del Tribunale capitolino.
Assolto in sede di rito abbreviato l’imprenditore della ristorazione autostradale Antonio Sarni oltre che la stessa banca, di cui era stata richiesta l’imputazione per la legge 231 del 2001 sulla responsabilità penale degli enti. Il pm a nove degli imputati ha contestato il reato di associazione a delinquere con l’aggravante della transazionalità. Il repertorio delle accuse mosse ai vertici dell’istituto è vasto: si va dall’appropriazione indebita, alla bancarotta fraudolenta, e al riciclaggio. Per l’accusa Samorì, noto anche per avere, in passato, ingaggiato una vigorosa battaglia assembleare per il controllo della Banca popolare dell’Emilia Romagna, era «partecipe del sodalizio criminoso e forniva un rilevante apporto alla realizzazione del suo programma».
Quanto al reato di appropriazione indebita il pm osserva come gli imputati si appropriassero «grazie a delibere carenti nell’analisi sulla capacità di rimborso degli imprenditori affidati, e spesso adottate in assenza dei requisiti di assoluta e improrogabile urgenza, di ingenti somme di denaro». Quanto alla figura di Di Matteo (che è stato direttore della banca dal giugno del 2005 al settembre del 2011), la pm Loy la descrive come quella di un «organizzatore nonché promotore dell’associazione a delinquere» e come il principale responsabile dei depistaggi orditi ai danni degli organi di controllo (Banca d’Italia in testa): da cui l’imputazione di ostacolo alla vigilanza. Il manager, inoltre, avrebbe erogato «abusando della sua qualifica finanziamenti a imprenditori traendo personale profitto da alcune operazioni di finanziamento». Il filone d’inchiesta che riguarda la Tercas era scaturito da un procedimento «madre» che coinvolgeva il gruppo Dimafin riconducibile all’immmobiliarista Raffaele Di Mario.

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