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Banca, prelevamenti sempre tassabili

Prelevamenti bancari sempre tassabili se non idoneamente giustificati. È il principio estraibile da due sentenze della Ctr di Roma (sez. staccata di Latina n. 39, dep. il 19/7/2012, nn. 398 e 400).

La fattispecie. L’art. 32 comma 1 n. 2) del dpr n. 600/1973 stabilisce che versamenti e prelevamenti non giustificati possono essere posti a base delle rettifiche del reddito dichiarato, salvo che il contribuente non dimostri che di tali movimentazioni ha già tenuto conto nella determinazione del reddito, ovvero che egli non ha legittimamente tenuto conto in quanto irrilevanti a tali fini. Le questioni sul tappeto sono tantissime: dalla natura della prova contraria che il contribuente è chiamato a fornire, alla accertabilità dei prelievi per i professionisti alla deducibilità dei costi afferenti ai maggiori ricavi così accertati. Molto delicata è la questione relativa al riconoscimento dei costi negli accertamenti finanziari. L’art. 32 dpr 600/73 è chiaro: i prelevamenti non giustificati assumono rilevanza reddituale. Tra le possibili giustificazioni, la legge prevede la possibilità di indicare il beneficiario. Si tratta, in buona sostanza, di «autodenunciare» nella «catena» dei flussi finanziari in evasione di imposta i prenditori delle somme. Il contribuente ha pertanto due possibilità:

a) accollarsi l’intero onere derivante dalla presunzione legale, che «cambia il segno» dei prelevamenti e li trasforma in ricavi;

b) indicare il prenditore delle somme, nel qual caso l’operazione diviene irrilevante.

Nel caso delle sentenza rese dalla Ctr Roma, il contribuente si è «avvalso» della opzione a), probabilmente non essendo nemmeno in grado di fornire la dimostrazione richiesta dalla norma. Tuttavia, egli ha avanzato una richiesta per così dire subordinata, ritenendo che i prelevamenti non giustificati, se anche avessero assunto la natura di ricavi, avrebbero comunque imposto al fisco il contemporaneo riconoscimento di un abbattimento per costi (da contrapporre ai ricavi accertati) in misura pari ai prelevamenti, pena la (ritenuta) violazione dell’art. 109 Tuir.

Questa domanda è stata però completamente elusa dalla Ctr di Roma, che si è limitata a fare tre affermazioni:

1) secondo l’art. 32/600, i prelevamenti giustificati costituiscono ricavi;

2) dei prelevamenti effettuati non è stata fornita dimostrazione in ordine alla relativa irrilevanza reddituale;

3) il principio generale secondo cui i costi certi e inerenti sono deducibili (art. 109 Tuir) è drogato da quello speciale secondo cui i prelevamenti non giustificati (art. 32/600) costituiscono ricavi e non costi.

Ma non era questo o comunque non era solo questo il tema posto dalla difesa. L’art. 32/600, infatti, trasforma senza dubbio i prelevamenti non giustificati in ricavi, ma non stabilisce affatto, né potrebbe farlo, l’esistenza di una equazione tra ricavi e reddito. Sulla delicata questione è già intervenuta la Corte Costituzionale che, con la sent. 8/6/2005 n. 225, ha avuto modo di precisare che l’art. 32 predetto si sottrae a una censura per violazione del principio di capacità contributiva solo laddove l’ufficio riconosca percentualmente i costi afferenti ai maggiori ricavi accertati. Questo non significa che i costi siano pari ai prelevamenti trasformati in ricavi, bensì solo che per tutti i ricavi accertati l’ufficio ha l’onere di riconoscere i corrispondenti costi.

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