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Banca Marche prende tempo sul piano

Fumata nera per il piano industriale di Banca Marche. O meglio, grigia: ieri il consiglio di amministrazione dell’istituto avrebbe dovuto approvarne l’ultima versione (quella originaria risale alla primavera scorsa) ma si è limitato a dare il via libera alle linee guida; per i dettagli, infatti, ci sarà da aspettare i dati relativi al primo semestre, che saranno esaminati nella prossima riunione già convocata per giovedì prossimo.
Una manciata di numeri, ma decisivi. Perché insieme ai dati dei primi sei mesi dell’anno potrebbero arrivare nuove rettifiche sui crediti con conseguenti nuove richieste di accantonamenti da parte di Banca d’Italia.
Un’eventualità non certa ma considerata possibile che però renderebbe necessaria una completa rivisitazione non solo del piano industriale ma anche di quello di ricapitalizzazione, che – dopo le ultime richieste di Via Nazionale – conta su un aumento da 300 milioni (più altri 100 entro fine 2014) e su un bond da 80 milioni.
Il bond da 80 milioni
Una manovra complessiva da circa mezzo miliardo che, già oggi, risulta tutt’altro che facile da coprire. La prima scadenza è quella del bond, emesso in tutta fretta a fine giugno su richiesta di Bankitalia e in collocamento fino al 31 luglio, e in base agli ultimi aggiornamenti diffusi ieri per il decennale (con super cedola del 12,50%, un rendimento che la dice lunga sull’allarme rosso che risuona intorno alla banca) c’è una copertura pari a meno della metà, con la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi che ha investito 15 milioni e la Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro altri 10.
Il nodo aumento
Altrettanto faticosa la strada per l’eventuale aumento di capitale. Come anticipato ieri da Il Sole 24 Ore, al momento sono c2-300 gli imprenditori che avrebbero manifestato il proprio interesse a investire nella Banca. Nomi noti (dai Merloni ai Guzzini) e meno noti, dai quali – in totale – potrebbe arrivare un contributo di circa 150 milioni: a quanto si apprende, il progetto sarebbe quello di un azionariato diffuso con quote da un milione l’una, in modo da evitare prevalenze; accanto a loro, si sta lavorando sull’ingresso delle cooperative, che potrebbero a sua volta investire una cifra vicina ai 50 milioni. Se poi, come si spera nella sede della banca, anche Intesa Sanpaolo, socia al 5,8%, dovesse fare la sua parte in occasione dell’aumento, ecco che – con un ulteriore contribuito dei piccoli azionisti – si potrebbe arrivare a coprire il fabbisogno di 400 milioni senza bussare alla porta delle Fondazioni, peraltro già pesantemente esposte. Un’ipotesi di impalcatura dunque c’è, ma se l’ammontare del fabbisogno dovesse allargarsi, rischierebbe di crollare ancora prima di essere costruita: in particolare tra gli imprenditori si guarda con attenzione alla Banca d’Italia, perché fino a quando non sarà chiusa l’opera di tutoraggio della Vigilanza si vede il rischio di nuove richieste di accantonamenti prudenziali.

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