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Banca Marche, le omissioni dell’ex cda

Si poteva fare qualcosa per evitare il disastro di Banca Marche? Di certo si è perso molto tempo e si è cercato fino all’ultimo di negare l’evidenza da parte di buona parte del Consiglio di amministrazione dell’istituto. Lo rilevano i due memoriali dei due consiglieri indipendenti, Francesco Cesarini e Giuseppe Grassano, inviati a Bankitalia e di cui Il Sole-24Ore è entrato in possesso. L’operato dissennato di Massimo Bianconi, che aveva assunto fin dal 2004 una politica creditizia aggressiva e che ha portato la banca a cumulare oggi oltre 750 milioni di perdite e ad avere un patrimonio di base che è la metà di quello richiesto dalla normativa, è stato in realtà avallato fino all’ultimo dai grandi azionisti. Con l’eccezione della Fondazione di Macerata che ha proposto appunto l’ingresso in Cda dei due indipendenti e ha anche chiesto un’azione di responsabilità contro l’ex dg Bianconi bocciata da tutti gli altri grandi soci, Fondazioni di Jesi e Pesaro in testa. L’allarme pesante era stato lanciato da Bankitalia a gennaio del 2012: giudicava la struttura dei crediti della banca profondamente malata e chiedeva un drastico cambio della dirigenza. Cambio che è stato lungamento rinviato, perdendo tempo prezioso. Del resto l’allarme di Bankitalia non era il solo: il consigliere Grassano che aveva avuto il mandato dalla Fondazione Carima di esaminare lo stato di salute della banca a novembre del 2011 aveva evidenziato che già nel bilancio del 2010 c’era un gap di minori rettifiche sui crediti malati tra 161 milioni e 433 milioni. E nel bilancio 2011 il gap si alzava tra 234 milioni e 510 milioni. Banca Marche non svalutava adeguatamente i crediti.
La previsione di Grassano si è poi rivelata ampiamente sottostimata dato che nel 2012 le svalutazioni sono state di un miliardo. Delle comunciazioni allarmate di Grassano e anche di Cesarini il Cda ha fatto spallucce. Anzi il presidente del collegio sindacale dell’epoca Valentini difese con fermezza l’adeguatezza delle rettifiche. E invece proprio quel portafoglio troppo sbilanciato sull’immobiliare, troppo concentrato su pochi soggetti con scarse garanzie era la spina nel fianco della banca. Ma lo stesso Bianconi (difeso fino all’ultimo da Cda e sindaci con l’esclusione dei due indipendenti Cesarini e Grassano che chiedevano insistentemente una sua rimozione) spiegava a Grassano in un colloquio che «aveva l’esigenza di conseguire utili per distribuire dividendi forzando oltre ogni limite il rapporto di intermediazione con tutti i rischi che comporta». Più esplicito di così.
Del resto lo stesso Bianconi spiegava in un intervento pubblico nel luglio del 2011 che «se il banchiere sa fare bene il proprio mestiere è in grado di attrarre capitali». E riferendosi agli aumenti di capitale a alla loro attrattività ricordava che «Banca delle Marche è stata capace negli ultimi 3 anni di remunerare sempre i suoi investitori con lo stesso dividendo: ha guadagnato 100 milioni di euro ed il 40% l’ha distribuito ai soci». Peccato che con il buco da 750 milioni tra il 2012 e i sei mesi del 2013 Banca Marche abbia bruciato utili e patrimonio per più di un lustro. Ancora Cesarini e Grassano rilevarono al presidente Lauro Costa che le rettifiche della semestrale 2012 (quando ancora non era scoppiata la bufera) erano inverosimili.
Non ci fu risposta e sia Cesarini che Grassano si astennero dall’approvazione dei conti. Mesi di continue richieste di fare chiarezza e rimuovere tutta la prima linea della banca passati invano con i consiglieri Costa (presidente), Ambrosini (vicepresidente) e Bianchi (da 18 anni in ruoli apicali in banca) che parevano sordi alle richieste dei due tecnici di fare pulizia. Cesarini contestò anche l’operazione Conero, cioè la cessione in blocco degli immobili della banca a un fondo per il quale la stessa banca pagava canoni d’affitto del 7,5% del valore per anni lunghissimi. Un’operazione non certo economica per la banca. E le omissioni continuarono. Le maxi-svalutazioni da un miliardo del 2012 furono comunicate al Cda solo a fine novembre del 2012, racconta Cesarini. E ancora Cesarini rivela che i consiglieri (Grassano escluso) sostenevano a spada tratta che gli accantonamenti fossero eccessivi e pregiudicavano inopportunamente la banca. Ora il commissariamento dovrà dire se la pulizia (doverosa e sottaciuta per molto tempo) sia davvero conclusa.

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