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Banca Marche, la salvezza arriva a cavallo

Il salvataggio di Banca Marche passa (anche) per una corsa di cavalli, che si tiene ogni anno sulla riviera del Conero, e per il riassetto delle fondazioni locali che hanno controllato finora l’istituto. In mezzo c’è la Fondazione Cariverona, pronta, secondo alcuni, a mettere sul piatto fino a 150 milioni di euro per partecipare alla cordata dei “salvatori” e allargare la sua sfera d’influenza nel centro Italia. Il sogno degli Emiri, confermato di recente su Twitter dal governatore Gian Mario Spacca del Pd («si stanno interessando a Banca Marche») si lega a una competizione – la Marche Endurance Lifestyle – che mischia sport e business. Passione per i puledri e quella per gli affari. Organizzata nel parco del Conero, e sponsorizzata dagli enti regionali, negli anni è servita da ponte di collegamento tra l’imprenditoria marchigiana e la ricca area del Golfo. Star dell’evento è di solito l’emiro Mohammed bin Rashid Al Maktoum, primo ministro degli Emirati Arabi, figura di spicco del mondo arabo e amante delle corse di cavalli. Il suo ministro dell’economia, Bin Saeed Al Mansouri, starebbe così valutando l’ipotesi di un aiuto nella ricapitalizzazione dell’istituto marchigiano. Il legame tra Ancona e Dubai è stretto e va anche oltre: il fondo sovrano potrebbe entrare, come socio, nel traballante aeroporto locale di Falconara Marittima (che ha oltre 30 milioni di debiti). Ma il dossier “caldo” è quello della banca.

Passato di mano in mano in questi mesi, ha sorvolato l’Atlantico, arrivando anche sul tavolo del fondo americano Beauport Financial. I tempi sono però stretti e alla finestra non ci sono solo i fondi d’investimento. Dopo il trauma del commissariamento, deciso da Bankitalia oltre un anno fa, l’aumento di capitale per Banca Marche dovrebbe sfiorare in primavera i 900 milioni di euro. Cifra che tiene già conto del taglio dei costi interni avviato dal triumvirato formato da Giuseppe Feliziani, Federico Terrinoni e Bruno Inzitari (a breve verranno chiuse altre filiali sparse per il centro Italia). L’operazione non è agevole, visto che l’istituto nel 2013 aveva già un patrimonio sotto i limiti di vigilanza, con perdite per centinaia di milioni (senza contare le inchieste penali sull’operato degli ex vertici). Dopo la verifica del portafoglio clienti, Palazzo Koch ha già deciso di prorogare la fase di commissariamento fino ai primi mesi del 2015. Nella caccia ai papabili è poi spuntata a sorpresa la Fondazione Cariverona, socio forte di Unicredit, che potrebbe staccare un assegno tra 100 e 150 milioni di euro (ma da Verona, per ora, restano in silenzio). La mossa non sarebbe indolore per le quattro fondazioni locali – Macerata, Pesaro, Jesi e Fano – che controllano la banca marchigiana con più del 59% delle quote ma che per anni si sono svenate per sostenerla. Azioni e patrimonio verrebbero diluiti di colpo con l’arrivo di capitali freschi dall’esterno. Per questo, Cariverona – dialogando con gli enti locali – avrebbe ipotizzato anche una sorta di aggregazione tra le fondazioni locali, che poi verrebbero riassorbite dall’ente veronese (garantendo alle province di riferimento le erogazioni del passato). È un progetto solo abbozzato, che rischia di trovare poco gradimento nelle stanze del ministero dell’Economia. La pretattica, vista l’urgenza, è però agli sgoccioli. Secondo il presidente Spacca, per il salvataggio «c’è un arco temporale stretto, che va da qui a fine anno». A far parlare il commissario Feliziani di «un’alba che inizia ad intravedersi» c’è, invece, l’interesse di Fonspa (l’ex Credito Fondiario), che in queste settimane finirà la due diligence sui conti di Jesi e potrebbe partecipare, come capofila della cordata, con 250 milioni di euro (ha già avuto l’ok di Bankitalia a presentare il progetto). Soldi a cui si aggiungono altri 100 milioni del Fondo interbancario di tutela dei depositi. A chiudere l’elenco, ma da attori comprimari, resta il gruppo di imprenditori marchigiani guidato dall’avvocato d’affari Paolo Tanoni, dove i nomi forti sono l’ex ministro Francesco Merloni e il gruppo Guzzini. In questo complesso schema, illustrato dai tre commissari in diversi incontri, l’ultimo tassello è la nascita di una bad bank per raccogliere tutti i crediti in sofferenza di Banca Marche. Incagli che poi verrebbero rilevati dal fondo interbancario (con garanzie fino a 800 milioni). Tirando le somme, «l’operazione si aggira su 1,8 miliardi» ha spiegato il governatore Spacca in consiglio regionale dopo aver incontrato i vertici di Fonspa, tra cui l’ad Andrea Munari, controllata dal gruppo Tages. Tutti pezzi, e protagonisti, di un puzzle che al momento prevede diversi incastri. Nel grafico a destra, gli azionisti di Banca Marche. I primi due sono la Fondazione Cassa di risparmio di Macerata e la Fondazione Cassa di Pesaro, entrambe con il 22,51%

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