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Banca Marche, in otto anni il buco di Bianconi

Era l’aprile del 2004 quando Massimo Bianconi, classe 1954,rampante banchiere di Norcia, entrò al centro direzionale Fontedamo di Jesi, sede della Banca delle Marche per assumerne la direzione. Il nuovo capo azienda, una carriera costruita al Banco di Santo Spirito prima e in UniCredit poi, era stato Amministratore delegato della Banca nazionale dell’agricoltura, ai vertici della Banca agricola mantovana, e in seguito direttore generale di CariVerona e, di nuovo, direttore generale del Credito Italiano. Appena arrivato a Jesi si rese conto delle potenzialità di una banca posta a presidio di un territorio ricco e industrialmente diversificato. La macchina che guidava era una fuoriserie. Nel 2006, a due anni dal suo insediamento, Banca delle Marche gestiva da sola il 30% della raccolta locale e il 23% degli impieghi nella regione. In valori assoluti: 20,3 miliardi di raccolta e 11,9 miliardi di impieghi. L’anno dopo l’utile netto aveva raggiunto i 116 milioni: il 40% in più sull’anno precedente. Ed è appunto in quei sei anni che a Jesi si è consumata una vicenda di sperperi e altre vicende di varia mala gestio che hanno provocato l’ implosione di una delle più dinamiche realtà bancarie di media dimensione. Chi ha avuto la possibilità di guardare dall’interno le pratiche di affidamento parla di una situazione di caos generalizzato. Nessuna attenzione alla concentrazione del rischio, evidente sovraesposizione nel settore dell’immobiliare e dell’edilizia, ma soprattutto una prodigalità nelle erogazioni che consentiva di dare tanti soldi a tutti: pratiche di ogni caratura, da 100mila euro a 100milioni andate a buon fine senza alcuna istruttoria, né garanzie adeguate.
Continua pagina 32 Stefano ElliContinua da pagina 29 Tra questi spiccano i 70 milioni di euro erogati ai gruppi di Vittorio Casale e Davide Degennaro, il gruppo Lanari (200 milioni), gruppo Santarelli: (110 milioni), gruppo Ciccolella: (80 milioni), gruppo Minardi: (130 milioni).
Altri esempi? Clienti già affidati che acquistavano dalla banca (finanziati dallo stesso istituto) crediti già iscritti a sofferenza, magari con terreni nel patrimonio su cui venivano avviate ulteriori iniziative immobiliari poi interrotte per carenza di fondi. E dunque sofferenze a pesare su altre sofferenze a innalzare un castello di carte destinato presto o tardi a rovinare.
Le ispezioni
Nel frattempo Banca d’Italia nel 2010 e nel 2011 aveva già avviato una campagna ispettiva nei confronti della banca marchigiana. Due verifiche alla capogruppo e una nella branch del leasing: Medioleasing. Un’attività ispettiva che generò una lettera severissima nei confronti dell’ex management in cui si parlava di «Criticità crescenti», «carenze diffuse», «esposizione rilevante», «scarsa incisività del collegio dei sindaci», «ridotta consapevolezza delle criticità aziendali».
Una lettera che sarebbe stata taciuta (colposamente o dolosamente) nell’integrazione del prospetto informativo dell’aumento di capitale da 180 milioni pretesa dall’altro organo di controllo: la Consob. Per Banca delle Marche l’anno dello show down fu il 2012. Il nuovo Cda si era insediato ai primi di maggio, dopo l’assemblea dei soci del 27 aprile. Lauro Costa ne era presidente, Michele Ambrosini vicepresidente. Oltre a loro, unico superstite della vecchia gestione, Giuliano Bianchi. Ma furono i due «stranieri» nel gruppo: Francesco Cesarini e Giuseppe Grassano, già in coppia alla fine degli anni ’90 alla guida della Banca popolare di Milano e indicati dalla Fondazione di Macerata, a dare il primo rien va plus.
La fine dell’idillio
Il 30 agosto del 2012 i due si astennero di fronte all’approvazione di una semestrale sin troppo generosa: 40 milioni di risultato netto e rettifiche di valore su crediti per settanta milioni. Lo scontro fu aperto e aspro. E chi avesse ragione lo si vide in seguito: il bilancio definitivo dell’anno fu rovinoso: perdite per 500 milioni e rettifiche di valore per 1,2 miliardi, raddoppiate nel giro di qualche mese.
E nel novembre dello stesso anno si registrò un nuovo accesso degli uomini della vigilanza di palazzo Koch: un’ispezione più lunga delle precedenti che proseguì sino al luglio del 2013 e che finì con il commissariamento della banca chiesto e ottenuto dalla vigilanza al ministero dell’Economia e affidato a Federico Terrinoni e Giuseppe Feliziani. In seguito vi fu l’intervento della magistratura (l’inchiesta della procura di Ancona è ancora in corso) che in più filoni ha messo sotto indagine quasi tutti gli ex amministratori manager e sindaci della banca.
L’epilogo è noto. In attesa degli sviluppi delle inchieste dei pubblici ministeri anconetani e della Guardia di Finanza locale, che hanno messo sotto osservazione anche alcune operazioni immobiliari personali di Bianconi attraverso, in particolare, la società Archimede 96, condotte proprio con Casale e Degennaro (l’accusa è corruzione privata), Banca delle Marche è una delle quattro aziende di credito «messe in sicurezza» con un provvedimento del governo: un intervento simile a una quarantena finanziaria che costerà cara ai sottoscrittori marchigiani delle quattro obbligazioni subordinate del valore di 205 milioni complessivi emesse dalla banca, oltre ché ai suoi azionisti.

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