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Banca Marche, il Tribunale Ue respinge ricorso su salvataggio

Il tribunale europeo ha respinto il primo ricorso in ordine di tempo (settembre 2019) presentato dalle fondazioni azioniste di Banca Marche per avere il risarcimento danni dalla Commissione europea a causa della decisione del 2015 che definì gli interventi del Fondo interbancario di tutela dei depositi come aiuti di Stato. Il ricorso è stato legittimato dalle due decisioni della Corte di Giustizia europea (a marzo la sentenza di secondo grado sul caso banca Tercas) che hanno dichiarato illegittima proprio quella decisione della direzione Concorrenza sul Fitd.

L’esito non era inatteso, perchè è noto che la giustizia europea molto difficilmente ha riconosciuto il risarcimento dei danni – e dunque la responsabilità extracontrattuale – per le decisioni della Commissione. Soprattutto perchè è molto difficile, come del resto è stato evidenziato dai giudizi in questo caso, dimostrare il nesso di causa-effetto.

E cioè il nesso tra la decisione del 2015 della direzione Concorrenza allora guidata da Margerethe Vestager (e tutt’oggi viene da dire, vedi la decisione di questi giorni di fermare a 8 anni la durata dei presiti garantiti dallo Stato) e la scelta della Banca d’Italia e del ministero dell’Economia di mettere in risoluzione (ai sensi della nuova direttiva europea allora appena recepita) la banca marchigiana, invece di salvarla con un aumento di capitale da oltre un miliardo gestito dal Fondo.

La sentenza, però, in qualche modo lascia trasparire anche la speranza. E cioè la possibilità, ad esempio, che un’azione analoga fatta da soggetti che avevano interesse diretto su Banca Tercas possa avere un esito diverso.

Buona parte della sentenza ruota attorno alle necessità di dimostrare che allora non furono le pressioni della Commissione, la quale minacciava di considerare aiuto di Stato l’intervento del Fondo (quindi incompatibile con la nuova direttiva) e pretendeva una notifica preliminare e che si attendesse la sua decisione (nel frattempo però la banca sarebbe fallita, ndr) a spingere le autorità italiane a decidere per la risoluzione. Nel corso delle udienze la Commissione si sarebbe difesa sostenendo che i suoi moniti «avevano solo carattere procedurale» e che essa non aveva esatta contezza della situazione di Banca Marche perchè l’operazione prefigurata con il Fondo non era stata notificata.

Secondo il Tribunale, poi, non può essere addotta come prova il fatto che il 27 febbraio 2015 la Commissione avesse aperto un’indagine formale per l’intervento del Fondo su Banca Tercas, perchè su questo la Commissione aveva informazioni molto più approfondite (Banca Marche andò in risoluzione nel novembre 2015). Nel 2014 Banca Tercas fu ricapitalizzata con l’intervento del Fitd e di Banca Popolare di Bari, ma la Ue poi impose la restituzione dei soldi al fondo perchè considerati aiuto di Stato. La sentenza della Corte di Giustizia è stata emessa proprio sul caso Tercas e tra i ricorrenti c’era la Banca d’Italia.

Nel testo della sentenza del tribunale si richiama una nota della Banca d’Italia, depositata dalle ricorrenti, nella quale si riferisce che «l’atteggiamento degli uffici della Commissione rimase pervicacemente di rifiuto dell’intervento del Fitd, anche in una forma con burden sharing, che avrebbe comunque consentito una soluzione molto meno traumatica di quella infine prevalsa».

Questo capitolo della vicenda si chiude qui. Ma è soltanto una puntata: altri soggetti hanno annunciato l’intenzione di intentare una causa per risarcimento danni dopo la decisione della Corte Ue. Tra questi la Popolare di Bari, oggi controllata da Mcc e dunque dallo Stato italiano. Nel frattempo il tribunale europeo ha condannato alle spese le ricorrenti: Fondazione cassa di risparmio di Pesaro, Fondazione cassa risparmio di Fano, Fondazione cassa di Jesi e Fondazione cassa della provincia di Macerata oltre alla Montani Antaldi srl.

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