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Banca Marche, arriva la cordata Faro Bankitalia sul «buco» dei conti

Gli imprenditori ci sono, e anche un altro socio (si parla dell’Unione delle Cooperative) potrebbe fare la sua parte con un investimento importante. Ma sulla strada che può allontanare Banca Marche dalle sabbie mobili incombe ancora il responso di Banca d’Italia, che non ha ancora chiuso le verifiche sui conti e – si teme – di qui alle prossime settimane potrebbe richiedere nuove misure di rafforzamento patrimoniale.
A marzo il fabbisogno di risorse fresche risultava pari a circa 200-250 milioni, a metà giugno era salito già a 300 (più altri 100 potenziali entro fine 2014) e pochi giorni dopo a 400, con la decisione della Banca di lanciare improvvisamente un bond da 100 milioni, in collocamento fino al 31 luglio; ora non si escludono nuovi ritocchi. Che, di fatto, metterebbero a rischio l’impalcatura del salvataggio costruita nelle ultime settimane dal vertice del gruppo, dove è appena approdato Rainer Masera, dall’advisor Mediobanca, dalla società civile e dalla politica, con il governatore Gian Mario Spacca in prima fila nella mobilitazione della comunità marchigiana a difesa dell’ultima grande banca rimasta autonoma nel territorio regionale.
Il giorno della verità è oggi. Il cda, infatti, dovrà approvare il nuovo piano industriale, un documento che non potrà non tener conto delle richieste di Banca d’Italia così come delle condizioni poste dal cordone di sicurezza che sembra pronto ad attivarsi intorno al gruppo con sede a Jesi.
La cordata e le coop
Dopo una lunga serie di incontri, sono diventati circa 300 gli imprenditori che avrebbero manifestato il proprio interesse a investire nella Banca. Nomi noti (dai Merloni ai Guzzini) e meno noti, dai quali – in totale – potrebbe arrivare un contributo di circa 150 milioni: a quanto si apprende, il progetto sarebbe quello di un azionariato diffuso con quote da un milione l’una, in modo da evitare prevalenze; accanto a loro, si sta lavorando sull’ingresso dell’Unione delle Cooperative, che potrebbe a sua volta investire una cifra vicina ai 50 milioni. Se poi, come si spera nella sede della banca, anche Intesa Sanpaolo, socia al 5,8%, dovesse fare la sua parte in occasione dell’aumento, ecco che – con un ulteriore contribuito dei piccoli azionisti – si potrebbe arrivare a coprire il fabbisogno di 400 milioni senza bussare alla porta delle Fondazioni, peraltro già pesantemente esposte, che in questo modo sarebbero “condannate” a perdere il controllo della banca. Proprio questa sarebbe una delle condizioni poste dagli imprenditori, che punterebbero a una nuova governance e a costituire una presenza stabile nel capitale della banca per lo meno nel medio periodo, in attesa di una successiva e auspicata quotazione in Borsa.
Il piano industriale
Prima, però, la banca andrà ricapitalizzata e poi risanata. Nel primo caso, l’obiettivo resta quello di mantenere i ratio patrimoniali al di sopra delle soglie necessarie per continuare a beneficiare dei 4 miliardi presi a prestito dalla Bce.
Sul fronte del risanamento, invece, quel che conta è il piano industriale atteso per oggi, che a quanto si apprende dovrebbe muoversi lungo tre direttrici. In primo piano, l’alleggerimento della rete degli sportelli: in agenda c’è la vendita del Centro elaborazione dati, della controllata Cassa di Risparmio di Loreto e di altre 50 filiali, per un pacchetto complessivo di 65 unità (che tra l’altro sembra aver destato l’interesse della Popolare di Vicenza). Altro tema, il deleveraging (vale a dire un possibile ripensamento della politica creditizia della banca, che ultimamente si è molto sbilanciata sull’immobiliare) così come un nuovo piano di prepensionamenti, che potrebbe riguardare 250 addetti.

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