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Banca incorporante salva se dimostrata la buona fede

L’estensione del sequestro preventivo alla società incorporante in un’ipotesi di market abuse è tecnicamente possibile, ma non può essere eseguito sulla base del semplice automatismo civilistico (articolo 2504 bis del Codice civile). Al giudice penale spetta infatti sempre la prova della (mancata) buona fededell’incorporante e del vantaggio derivato allo stesso dall’operazione illecita commessa dall’incorporato.
La Cassazione – Quinta penale, sentenza 4064/16 depositata ieri – torna sull’inchiesta della magistratura di Bologna per un’ipotesi di abuso di informazioni privilegiate, omessa comunicazione di conflitto di interessi e di manipolazione del mercato, inchiesta che coinvolge il Banco Emiliano Romagnolo, nel frattempo incorporato da Intesa San Paolo.
Proprio quest’ultimo istituto ha nuovamente portato davanti ai giudici di legittimità la vicenda, già oggetto di una prima decisione sul ricorso presentato, due anni fa, dal disciolto Ber.
Materia del contendere, il milione e 779 mila euro bloccati prima dal Gip e poi dal Riesame quale garanzia per i sospetti di market abuse, sequestro preventivo finalizzato a confisca che a giudizio del ricorrente è stato eseguito in violazione di legge. Il Riesame emiliano, di fatto, si sarebbe limitato ad applicare la regola civilistica della trasmissione di diritti ed obblighi della società incorporata (articolo 2504 bis C.c.) per reiterare la misura cautelare, dribblando così lo scrutinio della posizione del “terzo estraneo” – vale a dire della banca incorporante- che vanta diritti sui beni finiti confiscati.
La Quinta penale con la sentenza di ieri non esclude l’estensione del vincolo cautelare al patrimonio del terzo, ma ancora una volta spiega il percorso che il giudice di merito deve seguire (tracciato all’origine dalle Sezioni Unite n. 9/1999). A cominciare dalla «connotazione soggettiva della buona fede del terzo» intesa come «non conoscibilità, con l’uso della diligenza richiesta dalla situazione concreta, del rapporto di derivazione della propria posizione soggettiva dal reato commesso dal condannato». Una “buona fede penale” che come ovvio si distingue da quella civilistica – poichè ricomprende anche i profili colposi – ma il cui onere della prova ricade inevitabilmente e integralmente sull’accusa pubblica (e non invece, a rovescio, sull’indagato/ablato). Pertanto sia la regola civilistica sia l’analoga disposizione della 231/2001 (articolo 29) devono essere lette attraverso i principi di tutela del terzo in buona fede.
Per procedere poi all’applicazione del vincolo cautelare, il giudice dovrà valutare anche il vantaggio dell’incorporante, che non necessariamente deve essere un “attivo” liquido. Nel caso di specie, per esempio, la diminuzione del debito dell’incorporata potrebbe integrare gli estremi dell’«utilità» per l’acquirente. La nuova, ulteriore pronuncia di merito sul caso Ber, dovrà tenere conto di questi due capisaldi.
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