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Banca Generali e la ferita mai rimarginata

A marzo 2020, all’inizio della pandemia, con Generali impegnata a guardare gli asset di Axa in Europa dell’Est, Mediobanca propose al Leone l’acquisto della quota detenuta in Banca Generali, pari al 50,17% del capitale.

Secondo quanto ricostruito, l’offerta valorizzava l’asset circa 36 euro a titolo, ossia metteva sul piatto un premio prossimo al 20% delle quotazioni degli ultimi mesi. L’interesse, proprio perché giunto in un momento in cui il Leone guardava con favore alla cassa per avere mano libera su altri dossier, non venne respinto ma anzi si decise di procedere nella valutazione. Al punto che Generali stessa diede mandato a due consulenti perché la affiancassero nel processo.

Quando la pandemia prese il sopravvento e in Borsa i titoli delle società coinvolte persero significativamente valore l’operazione venne congelata per essere poi riproposta con forme e prezzi differenti. In particolare, Piazzetta Cuccia mise sul tavolo una valorizzazione prossima ai 30 euro da corrispondere parte in contanti, parte in azioni Generali e parte in titoli della stessa banca. L’offerta aveva un pregio, agli occhi di una parte dei membri del comitato investimenti, nonché soci forti della compagnia assicurativa, in particolare Francesco Gaetano Caltagirone: di fatto dimezzava il peso di Mediobanca nel gruppo di Trieste spingendolo dal 13 a circa il 6% del capitale.

Un fatto che avrebbe ridimensionato fortemente “l’influenza” della banca sul gruppo assicurativo. Proprio questo dettaglio spinse il comitato a procedere nel confronto che tuttavia a settembre 2020 si è arenato definitivamente. La proposta, questa volta completa, è arrivata al comitato investimenti per essere poi portata in consiglio in caso di esito positivo. Ma il dossier è stato bocciato. Clemente Rebecchini, rappresentante di Piazzetta Cuccia, ovviamente si è astenuto.

Romolo Bardin, in quota a Leonardo Del Vecchio (socio, come è noto, sia delle Generali che di Mediobanca) ha invece alzato la mano per dire no all’operazione. Con lui si è schierato anche Caltagirone. La ragione? Il prezzo, innanzitutto. Se è vero che la pandemia ha ridimensionato di molto le quotazioni di Banca Generali è altrettanto vero che ora il titolo ha recuperato tutto il terreno perso e la valorizzazione proposta a settembre allo stato attuale incorporerebbe uno sconto di quasi il 10% sui corsi di Borsa. Prezzi che, secondo alcune valutazioni, sono ancora distanti dal valore dell’asset, stimato di gran lunga superiore .

Ma non è stato l’unico motivo. Quel che ha giocato a sfavore sarebbe stato un altro tipo di ragionamento: Banca Generali garantisce un rendimento prossimo al 10% l’anno e disfarsi del controllo è giustificabile solo nel momento in cui è ben chiaro dove andare a reinvestire quei denari. Avendo la garanzia, peraltro, di potere ricevere almeno la stessa redditività. A settembre, però, Generali non aveva alcun dossier “caldo” sul tavolo. Di qui la decisione dei due membri del comitato investimenti di respingere l’offerta.

Nell’immaginario collettivo, la vicenda sarebbe stata proprio alla base del crescendo di tensioni che si sarebbero poi venute a creare nel cda delle Generali fino alla spaccatura sui temi di uno sviluppo in Russia e in Malesia. In realtà, già da tempo in seno al board il clima si era fatto piuttosto nervoso. E nonostante la proposta di Piazzetta Cuccia, almeno all’inizio, non fosse stata così mal giudicata (al punto che, come detto, il Leone si era dotato di due advisor), da allora in poi il clima in Generali si è inasprito.

E poco importa che le successive valutazioni abbiano poi portato l’istituto guidato da Alberto Nagel ad accantonare l’acquisizione, che per la banca poteva rappresentare un passaggio rilevante sul piano strategico.

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