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Banca Etruria, indagato tutto il Cda

ROMA.
Il nodo del fallimento di Banca Etruria, deciso dal tribunale di Arezzo un mese e mezzo fa, è venuto al pettine. La procura ha messo sotto inchiesta gli ultimi due consigli di amministrazione della Popolare per il reato di “concorso in bancarotta fraudolenta”. Tutte le spese deliberate dai manager tra il 2009 e il febbraio 2015 sono scandagliate in questi giorni dai finanzieri del Nucleo Tributario, delegati dal procuratore Roberto Rossi.
Ci sono almeno dieci filoni diversi di indagine, per altrettante ipotesi di distrazione patrimoniale a carico degli ex amministratori. Il più consistente riguarda la scoperta di 15 maxi- prestiti milionari concessi prima del 2014 ad aziende decotte, che non avevano la possibilità di restituire. Si parla di affidamenti mai rientrati nelle casse dell’Etruria alcuni dei quali arrivano fino a 20 milioni di euro. Nella quasi totalità dei casi nessuno si disturbò ad attivare l’ufficio legale per cercare di recuperarli. Un trattamento di favore verso “amici”, che adesso potrebbe assumere i contorni penali della malversazione. A tal riguardo sono stati acquisiti dagli archivi della Popolare tutti i verbali di delibera per i prestiti più onerosi, per verificare chi, nel cda, ha votato a favore e chi contro. E’ nella gestione dei crediti, infatti, che si trova il “peccato originale” dell’Etruria, la causa prima per cui è arrivata ad accumulare un buco da 1,1 miliardi di euro e a collassare. Compresi i fidi dati ad aziende in conflitto di interesse con i consiglieri. La Banca d’Italia ne aveva indicati 198, per un totale di 185 milioni di euro. Quelli mai denunciati ammontavano a circa 18 milioni, ma potrebbero essere molti di più.
Ciò che sta uscendo dal vaso rotto della vecchia banca Etruria rischia potenzialmente di travolgere tutti i 23 consiglieri che si sono alternati alla sua guida prima del commissariamento imposto da Bankitalia nel febbraio di un anno fa. Un primo filo afferrato dal pool di quattro magistrati che lavorano all’inchiesta riguarda, a ben vedere, forse la spesa minore di quelle in ballo. Si tratta di due liquidazioni deliberate dall’ultimo cda, una da 1,2 milioni di euro all’allora direttore generale Luca Bronchi (indagato), l’altra da 120 mila euro per un alto funzionario dell’istituto, che sono valse l’iscrizione formale nel registro degli indagati per 14 consiglieri, tra cui il presidente Lorenzo Rosi e il vicepresidente senza deleghe Pier Luigi Boschi, il padre del ministro delle Riforme. Si salva, per il momento, Giovanni Grazzini, l’unico tra i consiglieri ad astenersi durante il voto del 30 giugno 2014. La banca in quel momento si trovava già con i conti in grave dissesto, eppure nessuno si è sentito di contestare alcunché all’uomo che l’aveva governata per sei anni, Luca Bronchi. Sulla circostanza dell’iscrizione di Boschi senior c’è il massimo riserbo, dal palazzo di giustizia di Arezzo non arrivano né conferme, né smentite.
Anche la storia del premio aziendale da 2,5 milioni di euro, concesso a pioggia ai dipendenti e segnalato nell’ultima relazione ispettiva di Palazzo Koch, sembra però aver acquisito un connotato diverso. Gli investigatori stanno cercando di capire se fosse previsto nel contratto integrativo, oppure se sia stato distribuito ad hoc per “fidelizzare” i funzionari e spingerli a piazzare con meno scrupoli le famose obbligazioni subordinate, 100 milioni di titoli venduti ai clienti e ai risparmiatori nel 2013 e diventati carta straccia.
Così come arrivano i primi riscontri sul filone delle consulenze. Ne sono state date a decine, negli ultimi anni, e gli ispettori di Bankitalia avevano individuato contratti dubbi per 15 milioni. Gli inquirenti si starebbero concentrando su quelle più ricche. Alcune sembrerebbero pagate due volte, altre invece sono state liquidate senza una giustificazione reale, altre ancora sono palesemente inutili. Anche in questo caso, la differenza la fa chi le ha approvate. Quasi sempre la decisione spettava al direttore generale. Ma i finanzieri stanno risalendo anche a chi le ha proposte e portate all’ordine del giorno del consiglio di amministrazione.
Fabio Tonacci
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