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Banca Etruria, indagati i vertici

MILANO – I militari della Guardia di Finanza di due Nuclei di polizia tributaria (Firenze e Arezzo) si sono presentati in forze (trenta uomini) in via Calamandrei, sede aretina della direzione generale della Banca Etruria, venerdì 21 marzo, proprio mentre era in corso il consiglio. Hanno esibito sei ordini di perquisizione richiesti da Roberto Rossi, procuratore facente funzione ad Arezzo. I primi tre per gli uffici di tre indagati. Il presidente della banca, il suo direttore generale e il dirigente centrale addetto alla pianificazione e al risk e compliance nell’ordine: Giuseppe Fornasari, Luca Bronchi e David Canestri, gli unici che almeno per il momento risultano formalmente indagati. I finanzieri si sono diretti poi verso altri tre uffici di altrettanti dirigenti della banca che allo stato non risultano sottoposti a indagini. Nelle stesse ore i militari hanno suonato alle porte di altre quattro filiali della banca, a Firenze, Roma, Civitavecchia e Gualdo Tadino. Le ipotesi di reato valutate dal pm sono due: false comunicazioni sociali a danno dei soci o dei creditori e ostacolo alle funzioni di vigilanza. Sono almeno due le «criticità» che hanno convinto la procura della Repubblica di Arezzo ad aprire un fascicolo sulla banca dell’oro (Banca Etruria insieme alla Banca popolare di Vicenza sono le due banche specializzate su operazioni con il metallo giallo). Entrambe sono emerse in seguito a due distinte ispezioni della Banca d’Italia: una generale (condotta nel 2012) e l’altra, nel 2013, specifica e diretta alla valutazione dei crediti deteriorati. Di più: sarebbe partita proprio da via Nazionale la segnalazione alla procura di fatti penalmente rilevanti emersi nel corso delle verifiche.
La prima riguarda un conferimento di immobili di proprietà della banca (tutti, con le uniche due eccezioni della sede storica di via Francesco Crispi e di quella nuova di via Calamandrei) al Consorzio Palazzo della Fonte. Uno spin off immobiliare che avrebbe portato alla cessione di 59 unità immobiliari per oltre 80 milioni di euro. Ma il Consorzio era riconducibile al perimetro di consolidamento della medesima banca oppure no? È questa la domanda che si sono posti i vertici di palazzo Koch. La risposta sarebbe stata positiva, tanto che gli ispettori, nelle constatazioni successive alle verifiche, avrebbero anche ipotizzato l’erogazione di affidamenti a società del consorzio in presenza di potenziali conflitti d’interesse. Ma se l’operazione fosse stata condotta con una realtà infragruppo diversi sarebbero stati anche i suoi effetti sul bilancio della banca. I 36 milioni di euro ottenuti grazie all’operazione (corrispondenti a un impatto di 37 punti base sui ratios patrimoniali dell’istituto) non avrebbero potuto essere utilizzati per rafforzare il patrimonio di vigilanza della banca ma avrebbero dovuto essere appostati come normali plusvalenze.
Un’altra operazione nel mirino della procura (che mantiene il più rigoroso dei silenzi) sarebbe il valore attribuito all’avviamento di Banca Federico del Vecchio, acquisita nel 2006 dall’Etruria. In dettaglio la contestazione riguarda i parametri con cui si sarebbe giunti a determinare l’avviamento della banca. Nel frattempo la banca ha diffuso un comunicato in cui esprime «serenità sul proprio corretto operato offrendo, come sempre, la massima collaborazione alle autorità competenti».

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