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«In ballo il destino del Paese No a miopi visioni di parte, prevalga il gusto del futuro»

Non è un elenco di progetti. Non è solo questo. Mario Draghi offre alla Camera, nel presentare il Piano nazionale di ripresa e resilienza, non solo un lunghissimo ventaglio di riforme, investimenti, finanziamenti, che faranno crescere il Pil di 16 punti in sei anni. Offre anche la sua personale interpretazione, e lo fa nel preambolo e nelle conclusioni.

Ed è qui il cuore del discorso. Un appello, citando De Gasperi, all’unità del Paese, allo «spirito repubblicano», ad un lavoro collettivo, che come nel Dopoguerra non potrà realizzarsi se non ad una condizione: «L’opera di rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri, non sorgeranno degli uomini disinteressati, pronti a faticare e a sacrificarsi per il bene comune».

Interessi di parte anteposti al bene comune peseranno soprattutto sulle vite dei cittadini più deboli e sui nostri figli e nipoti.

Nel preambolo lo dice chiaramente, in quasi 300 pagine che verranno trasmesse alla Commissione europea sono in gioco non solo le ferrovie, l’alta velocità, la digitalizzazione, la trasformazione ambientale e sostenibile della nostra economia, della nostra sanità, ma in primo luogo «le vite degli italiani, il destino del Paese, la sua credibilità».

Sono certo che riusciremo ad attuare questo piano, non è sconsiderato ottimismo, ma fiducia nel mio popolo.

Nelle conclusioni ritorna sul concetto, con un appello che è anche solenne, ma che è soprattutto una chiamata a riscoprire l’interesse nazionale, «senza campanili»: «Sono certo che riusciremo ad attuare questo Piano. Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti. Questa certezza non è sconsiderato ottimismo, ma fiducia negli italiani, nel mio popolo, nella nostra capacità di lavorare insieme quando l’emergenza ci chiama alla solidarietà, alla responsabilità».

Nel Pnrr c’è anche la misura di quello che sarà il ruolo dell’Italia nella comunità internazionale, la sua reputazione.

Non è un discorso ad alta densità politica, per lunghi tratti ha una caratura essenzialmente tecnica, con alcune novità assolute, come il mutuo per i giovani con una garanzia dello Stato, senza necessità di anticipare il capitale. I giovani, come gli anziani e le donne, sono fra i più citati, i destinatari principali delle misure che verranno approvate in sei anni.

È questione non solo di reddito e benessere, ma di valori civili e sentimenti che nessun numero potrà mai rappresentare.

Ma nel Pnrr, sottolinea ancora il presidente del Consiglio, c’è «la misura di quello che sarà il ruolo dell’Italia nella comunità internazionale, la sua credibilità e reputazione come fondatore Ue e protagonista del mondo occidentale. È questione non solo di reddito e benessere, ma di valori civili e sentimenti che nessun numero e nessuna tabella potrà mai rappresentare».

Ed è anche una questione di ultimo appello, perché «ritardi e inefficienze, miopi visioni di parte anteposte al bene comune peseranno direttamente sulle nostre vite, soprattutto su quelle dei cittadini più deboli e sui nostri figli e nipoti. E forse non vi sarà più il tempo per porvi rimedio». L’attuazione sarà dunque quasi più importante dei contenuti del Piano.

La gran parte dei fondi (in tutto 248 miliardi di euro), il 40%, sarà destinato a progetti verdi, dice Draghi, i progetti digitali peseranno per il 27%. Il Piano destina 82 miliardi al Mezzogiorno, una quota del 40%. A regime, nel 2026, il Pnnr farà crescere il Pil del 3,6% in più. Il capo del governo elenca poi le missioni e gli obiettivi del programma. Quasi 50 miliardi saranno destinati alla cultura, la digitalizzazione, l’innovazione e la competitività, circa 70 miliardi alla transizione ecologica.

E poi ancora 31 miliardi per infrastrutture e trasporti, quasi 32 miliardi per l’istruzione. Oltre 22 miliardi andranno alle politiche attive del lavoro, 18,5 miliardi per «rafforzare la prevenzione e i servizi sanitari sul territorio». Una quota di 4,6 miliardi sarà infine investita per «costruire nuovi asili nido e scuole materne», mentre 1,8 miliardi vanno ad accrescere «la competitività delle imprese turistiche, soprattutto per imprenditori gli under 35».

E fra le tante riforme di attuazione del Piano Draghi cita quella sulla concorrenza: ci sarà «una continuativa e sistematica opera di abrogazione e modifica delle norme che frenano la concorrenza, creano rendite di posizione e incidono negativamente sul benessere dei cittadini. Dobbiamo impedire, ed è essenziale, che i fondi che ci accingiamo a investire finiscano solo ai monopolisti», anche «in settori strategici come le reti digitali e l’energia».

«Stimiamo che l’incremento complessivo del Pil del Mezzogiorno negli anni 2021-2026 sarà pari a quasi 1,5 volte l’aumento del Pil nazionale. L’obiettivo è rendere il Mezzogiorno un luogo di attrazione di capitali privati e di imprese innovative». Altro dettaglio: «Più del 50 per cento degli investimenti in infrastrutture — soprattutto l’alta velocità ferroviaria — è diretto al Sud». Mentre la riforma della giustizia dovrà «ridurre i tempi dei processi del 40% per il settore civile e almeno del 25% per il penale».

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