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Baldassarri e il valzer dei banchieri-specchio

Di «mister 5%» ne giravano tanti attorno a Dresdner. La pratica di mettere sotto contratto gli «introducer», gli intermediari, era piuttosto diffusa a Londra. Succede anche con la Lutifin di Paradiso, sobborgo di Lugano, a cui la banca inglese all’inizio del 2007 firma un mandato per chiudere un’operazione in derivati con il Monte dei Paschi. L’accordo è spuntato fuori durante le perquisizioni del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza. Dalle carte risulta che per arrivare alla terza banca italiana Dresdner ha avuto bisogno dell’introduzione di una sconosciuta finanziaria svizzera. Possibile che non ci fosse modo di negoziare direttamente? Tanto più che il Montepaschi aveva un desk a Londra, non troppo lontano da Greesham Street dove lavoravano Raffaele Ricci e Giovanni Marolda, i due sales della Dresdner Kleinworth che vendettero a Siena il derivato Alexandria.
Fatto sta che in Dresdner ritengono del tutto normale affidarsi agli intermediari. Succede anche in altre banche. Il più delle volte si tratta di società estere con conti in paradisi fiscali. Così è per Lutifin e così era per Coryo, lo sconosciuto broker coreano utilizzato nel 2009 per ristrutturare Alexandria.
Alla Dresdner avevano un contratto prestampato standard di 9 pagine per gli «introducer», indicati nell’accordo come «consultant», che stabilisce per filo e per segno le regole di ingaggio. Per Lutifin, come per gli altri, la commissione matura alla chiusura dell’operazione. Per il derivato collocato da Siena, di cui Lutifin intermedia una tranche di 120 milioni di euro, c’è una nota di pagamento, rinvenuta sempre dalla Finanza, emessa il 23 novembre 2007, in cui la finanziaria svizzera chiede a Dresdner il versamento di 600 mila euro, lo 0,5%, indicando nella causale il codice dell’operazione e il nome «Banca Monte dei Paschi di Siena».
Per i magistrati senesi che stanno indagando sul giro di mazzette, le intermediazioni sarebbero servite in realtà a pagare estero su estero dei compensi extra a chi in banca sceglieva operazioni, consulenti e intermediari. E a Siena il capo dell’area finanza era Gianluca Baldassarri. A Londra raccontano che nel 2009, quando arriva il momento di sistemare Alexandria, dal desk di Dresdner telefonano a Baldassarri per proporgli di ristrutturare il prodotto, un Cdo, ma il capo dell’area finanza di Mps risponde che non ha alcuna intenzione di dargli il mandato visto i soldi che Siena ci ha perso. Uno scrupolo condivisibile. Se non fosse che, come si è poi saputo, il mandato venne affidato a Nomura, dove nel frattempo si erano trasferiti Ricci e Marolda, gli stessi che in Dresdner avevano venduto il derivato a Siena.
Di «introducer», come Lutifin, ce ne erano molti altri. Non solo al servizio di Dresdner. Pare che una delle prassi più diffuse fosse quella di mettere sotto contratto chi poteva aprire le porte in Regione o al Comune, dove negli anni scorsi le banche d’affari hanno collocato derivati in quantità. Unico requisito, oltre a una certa disinvoltura, la disponibilità di un conto all’estero. In un’operazione tra la filiale di Londra di Nomura e la Regione Sicilia, finita nel mirino dei giudici, è spuntata fuori una fantomatica scatola irlandese, Profitview Investments Ltd, su cui secondo gli inquirenti erano stati stornati 16 milioni di commissioni per politici o amici di politici siciliani che avevano agevolato l’operazione. Lo stesso è successo con la Regione Calabria. Siena è solo la punta dell’iceberg.

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