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Bail-in, parte il negoziato per la riforma

Serve un approccio ragionevole. È ciò che si aspetta il nostro paese sulle numerose questioni che attengono all’applicazione e anche alla possibilità di rivedere la normativa sul bail-in. Una normativa per la quale l’Italia aveva chiesto un’entrata in vigore più dilazionata e, soprattutto, aveva chiesto che non fosse applicata ai titoli già in essere, cioè che non avesse efficacia retroattiva. Attualmente presso la Commissione Ue lavora un comitato di esperti in materia creditizia, allo scopo di ritoccare, se necessario, le parti della normativa che hanno dimostrato di essere poco efficaci. Per ora, come anticipato dal nostro giornale e dal Financial Times, è stata posta la questione della necessità di armonizzare la gerarchia dei creditori al momento dell’insolvenza.
Alle prese con regole nazionali significativamente divergenti sulla definizione precisa della gerarchia dei creditori di una banca che possono essere chiamati a sostenere il «salvataggio interno», Commissione europea e rappresentanti dei ministeri dell’Economia Ue si riuniscono oggi per una prima verifica sulla strada da seguire per evitare il rischio di «distorsioni alla concorrenza» e di complicazioni nell’uso degli strumenti del bail-in in particolare per i gruppi bancari paneuropei. La discussione, in questo caso, non riguarda la posizione degli obbligazionisti junior e, più in generale, la revisione complessiva della direttiva per la gestione della crisi delle banche con i suoi meccanismi di risoluzione, che sarà fatta nel 2018. Al centro dell’esame, in questo momento, sono i tre modelli scelti da Italia, Francia e Germania. In una nota tecnica la Commissione ha ricordato che i governi hanno già dichiarato che «avere approcci divergenti alla gerarchia di insolvenza dei creditori delle banche può impedire la risoluzione degli istituti transfrontalieri e dare incertezza a emittenti e investitori». In pratica, la mancata armonizzazione di normative da Codice civile differenti nei vari paesi rende la vita particolarmente complicata alle banche che hanno una dimensione operativa multinazionale .
Ma non è il solo problema di cui gli esperti della Commissione si dovranno occupare a breve. Come ha ricordato un paio di giorni fa il vicedirettore della Vigilanza di Bankitalia, Paolo Angelini, la Commissione potrà sottoporre al Parlamento e al Consiglio entro il 31 dicembre 2016 una proposta legislativa per la revisione e l’applicazione armonizzata del Mrel, il requisito minimo di fondi propri e passività computabili da una banca in caso di risoluzione. La direttiva BRRD prevede un bail-in minimo dell’8 per cento del passivo totale (comprensivo dei fondi propri) come condizione per accedere al fondo di risoluzione, ma non fissa un valore definito per il requisito Mrel. Il Single resolution board ha avviato i lavori per la definizione di questo requisito per le banche rientranti nel proprio ambito di competenza (quelle soggette a vigilanza accentrata e quelle con attività transfrontaliera). Ebbene: la richiesta rivolta dal rappresentante di Bankitalia tanto al SRB quanto alla Commissione è stata netta: «La calibrazione per le banche più importanti dovrebbe essere armonizzata, tarata a seconda della tipologia di intermediario(dimensione, modello di business) e dovrebbe essere ragionevole». Tale, cioè, ha chiarito il dirigente della Banca d’Italia, da evitare «effetti indesiderati sulla capacità di finanziamento dell’economia da parte delle banche».

Rossella Bocciarelli

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