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Bail-in, banche al lavoro sui nuovi bond

La via italiana per il salvataggio delle banche venete ha privilegiato la liquidazione coatta per evitare il coinvolgimento nel bail in dei tanti investitori istituzionali e retail ai quali erano stati venduti i bond delle banche. Tra le maggiori implicazioni che sono state valutate, dunque, c’era il rischio di minare la fiducia. Martedì scorso in Parlamento europeo è stato compiuto un importante step nel percorso che dovrà portare i bilanci delle banche europee a essere pronti per affrontare un bail in. Gunnar Hokmark, svedese (la Svezia è uno dei paesi in cui le banche hanno i livelli di redditività più elevati) del partito moderato, ha presentato la sua proposta per le revisione della direttiva Brrd, che ha introdotto il bail in. Quella cui stanno lavorando ora, di pari passo, Consiglio e Parlamento europeo è la revisione soltanto di un pezzetto della direttiva. Modifica che però ha un valore cruciale per consentire alle banche di prepararsi alla rivoluzione cui le norme dell’Unione bancaria europea le metteranno di fronte già a partire dal prossimo. La relazione di Hokmark, portando una serie di emendamenti al pacchetto di proposte di modifica avanzato dalla Commissione nel novembre scorso, ha ufficialmente inserito una innovazione alla gerarchia dei creditori nei bilanci delle banche, introducendo nuovi “non preferred bond” destinati a creare una sorta di cuscinetto protettivo tra bond subordinati e i bond senior, rendendo nella sostanza un po’ più protetti questi ultimi in caso di bail in (anche se a norma di direttiva restano comunque “bail-inables”).
La scelta nasce dall’esigenza di armonizzare le regole europee e quelle internazionali su un nuovo requisito (Mrel/Tlac)relativo a uno stock predefinito di passività (da convertire in attivo patrimoniale) che le banche dovranno possedere, a partire dal 2019, per garantire una risoluzione ordinata. Quegli strumenti, nella sostanza, avranno come un bollino rosso di “bail in” e chi li compra sarà consapevole del rischio cui va incontro. E per questo costeranno di più.
Una delle polemiche che ha caratterizzato l’introduzione della direttiva Brrd è proprio la mancata fase di transizione per consentire alle banche di preparare i bilanci, e non essere costrette a coinvolgere in un bail, ad esempio, anche i bond retail. E questo vale soprattutto per l’Italia, paese che non ha eguali in Europa per entità di bond bancari venduti ai risparmiatori. Il report di Hokmark (allineato al documento sul quale sta lavorando il Consiglio europeo, salvo alcune variazioni non secondarie) prevede espressamente che i singoli Stati possano emanare norme per prevedere l’introduzione dei non preferred nella gerarchia dei creditori nazionale. Questo anche per armonizzare le gerarchie dei vari paesi membri e per dare chiarezza agli investitori. Questo percorso, nell’impostazione generale, è ampiamente condiviso dal governo italiano e dall’industria bancaria italiana. Tanto è vero che il ministero dell’Economia è già al lavoro per valutare quale possa essere il primo strumento normativo utile per introdurre i non preferred bond anche nell’ordinamento nazionale (il veicolo potrebbe essere la legge di delegazione europea che è approdata in Senato nei giorni scorsi) e consentire alle banche italiane di cominciare a emettere i non preferred entro l’anno.
Il governo italiano si prepara in vista dell’approvazione rapida (fast track) che si sta valutando in Parlamento. La proposta Hokmark sarà esaminata e votata nella commissione Econ, presieduta da Roberto Gualtieri, senza dover passare al vaglio dell’assemblea plenaria parlamentare. La commissione esaminerà il testo l’11 luglio, poi sarà possibile presentare i subemendamenti ed entro il mese potrebbe esserci il via libera. «Ho sostenuto la necessità di un percorso approvativo rapido sulla parte relativa alla gerarchia dei creditori – commenta Gualtieri – e sono fiducioso che si possa procedere velocemente». La fast track è stata caldeggiata anche da Hokmark, che in una prima fase era invece contrario. L’aspetto che però emerge in queste ore è che non sono state recepite le correzioni suggerite dall’Associazione bancaria italiana: essa chiedeva che per un periodo transitorio (grandfathering) di 5 anni, tra il 2019 e il 2022 nel nuovo requisito Mrel (dunque relativo agli strumenti a bollino rosso) potessero essere conteggiati anche i bond senior già emessi entro il 31 dicembre 2015, per graduare i costi per le banche derivanti dalle nuove emissioni. E poichè tra quei bond ci sono anche quelli venduti ai risparmiatori, aveva proposto che questi strumenti posseduti dal retail fossero esentati dal bail in. «La richiesta di Abi sul grandfathering va ben oltre quanto da noi previsto», commenta Hokmark. Il suo report consente semplicemente di includere nel Mrel gli strumenti emessi tra fine 2016 e l’entrata in vigore della nuova norma (presumibilmente a inizio 2018). A proposito della correzione della retroattività è più tranchant: «La direttiva sul Bail in è stata condivisa dai paesi membri e recepita dai singoli Stati. Le regole ci sono e vanno rispettate», ha detto a Il Sole 24 Ore. Margini di manovra per ottenere una graduazione sull’adeguamento al Mrel potrebbero aprirsi, questa è la speranza italiana, con il processo di revisione complessiva della Brrd, che inizierà probabilmente dopo l’estate, quando Hokmark presenterà il report su tutta la normativa del Bail in. Il relatore svedese, nel testo sulla gerarchia, ha previsto di non mettere limiti alla durata dei non preferred, quando invece la Commissione aveva introdotto una “maturity” minima di un anno.

Laura Serafini

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