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Bad bank nazionali, via libera Ecofin

Dopo mesi di discussioni e trattative, i Ventotto hanno approvato ieri un piano per tentare di risolvere l’annosa questione dei crediti inesigibili che pesano sui bilanci bancari, in particolare in Italia. La nuova strategia è la somma di azioni nazionali, non un intervento comunitario, come proposto a suo tempo dall’Autorità bancaria europea. Ancora una volta l’establishment europeo ha scelto la via confederale piuttosto che quella federale.
«I ministri hanno approvato un piano d’azione» proposto dalla Commissione europea che trova «il giusto equilibrio tra l’azione nazionale e l’azione europea», ha spiegato in una conferenza stampa qui a Bruxelles il vice presidente dell’esecutivo comunitario Valdis Dombrovskis. Ha aggiunto dal canto suo il ministro delle Finanze estone, Toomas Tõniste, che in questo secondo semestre dell’anno presiederà le riunioni dei ministri finanziari dell’Unione: «Il nostro approccio è collettivo (…) a livelli multipli».
In buona sostanza, il piano d’azione approvato dai Ventotto prevede quattro filoni: un rafforzamento della sorveglianza bancaria; lo sviluppo di un mercato secondario per i crediti inesigibili; una armonizzazione dei diritti fallimentari nazionali; e nuove misure per facilitare la ristrutturazione del settore creditizio. La Commissione preparerà linee-guida in vista della nascita di società di gestione dei crediti inesigibili a livello nazionale (bad bank, in inglese).
Tra le altre cose, i Ventotto hanno chiesto alla Commissione europea di valutare se è necessario prevedere «un paracadute di capitale per meglio rispondere a eventuali insufficienti accantonamenti (…) in linea con le pratiche internazionali». Un tema delicato quando si parla di gestione delle sofferenze è il prezzo dell’eventuale vendita del titolo. Uno dei tentativi del piano di azione è rassicurare gli investitori, indurre un aumento dei prezzi che rilanci le vendite dei crediti sul mercato e rafforzi i bilanci bancari.
Alla fine del 2016, le sofferenze ammontavano nei bilanci bancari a circa 1.000 miliardi di euro, vale a dire il 6,7% del prodotto interno lordo dell’Unione. «Vi sono ampie differenze tra i paesi – si legge in un comunicato del Consiglio –. In alcuni paesi il rapporto tra sofferenze e prestiti è all’1%, in altri al 46%». In una presentazione durante una conferenza a Roma, il presidente dell’Eba Andrea Enria ha fatto notare all’inizio del mese il ritardo italiano nel ripulire i bilanci bancari.
Come detto, il piano d’azione è confederale, più che federale. A suo tempo, sempre il presidente dell’Eba aveva presentato in un discorso in Lussemburgo una proposta assai più ambiziosa che prevedeva la nascita di una società di gestione delle sofferenze a livello europeo, finanziata nel caso anche dalla mano pubblica, e quindi possibilmente dal Meccanismo europeo di stabilità (Esm). La proposta suscitò interesse, ma non sufficiente sostegno (si veda Il Sole 24 Ore del 31 gennaio).
In fondo tutti i paesi sono combattuti tra la necessità di risolvere la questione, la consapevolezza che una soluzione europea sarebbe quella più efficace, e la paura di trasferire a livello federale un dossier nel quale tutti i paesi – chi più chi meno – hanno le loro magagne da nascondere. Peraltro, agire a livello europeo significherebbe usare il denaro messo in comune, una via che alcuni paesi non vogliono perseguire perché significherebbe chiedere ai propri contribuenti di pagare per gli errori altrui.

Beda Romano

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