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Bad Bank Forzature e poche regole La trattativa sulle «perdite»possibili

Domani il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan incontrerà a Bruxelles il commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager. Tema dell’incontro la Bad Bank italiana, ovvero la soluzione di sistema per aiutare le banche a cedere i crediti inesigibili che stanno piombando i bilanci.
Un incontro tecnico, ma con importanti implicazioni politiche. Le ultime settimane hanno dimostrato l’urgenza di un provvedimento di questo genere. Infatti, altro che Leonardo Di Caprio e il suo epico combattimento con l’orso (finto) nel film Revenant . Per battere l’Orso (vero) che ha azzannato Piazza Affari e le principali Borse mondiali ci vuole ben altro. Soldi, prima di tutto. E credibilità. Gli uni senza l’altra non servono. Superata a fatica l’epoca delle barzellette, oggi la credibilità italiana sui palcoscenici internazionali si misura nel rispetto di regole note e condivise, vincoli di bilancio a cui non è possibile derogare. I soldi, mercoledì della scorsa settimana, si è detto pronto a metterli Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea. È bastato il suo annuncio, come già in passato, per far girare i mercati. Ma ora serve altro.
In picchiata
Dopo venti giorni a testa in giù, giovedì scorso la Borsa di Milano ha chiuso in territorio positivo e con lei tutta Europa e anche i principali mercati americani. Lo stesso si è ripetuto venerdì, per la felicità di chi era entrato sul mercato a prezzi stracciati e la disperazione di quanti avevano ceduto decidendo di vendere. Sia chiaro, la fase di turbolenza e di elevata volatilità non è alle spalle. Anzi, la frequenza con cui questi momenti di discontinuità si presenteranno sui mercati sono destinati ad essere sempre più ravvicinati rispetto a un tempo.
Alcuni riscontri sono oggettivi: l’indice Ftse Mib della Borsa di Milano rispetto all’estate scorsa ha perso il 25 per cento del proprio valore. Milano il 10 agosto 2015 valeva 23.966,44 punti. Mercoledì 20 gennaio il valore era sceso a 17.967,91 punti. Un quarto della ricchezza andata in fumo. Che cosa era successo di così grave in cinque mesi? Nulla. Anzi, l’azienda Italia aveva rafforzato la propria posizione nel contesto internazionale.
Prodotto interno lordo, occupazione e riforme meritavano una considerazione maggiore dall’indice Ftse Mib, che è una delle rappresentazioni dell’Italia più seguite all’estero. Invece, tra l’indimenticabile attacco al governo italiano da parte del presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker («A Roma non abbiamo alcun interlocutore»), e le tensioni estere maturate tra il rallentamento della crescita cinese e il prezzo del petrolio finito sotto i 30 dollari al barile, a farne le spese è stato l’anello debole della catena italiana: le banche. Un male comune.
Se, rispetto ai massimi, l’indice Standard & Poor’s 500 ha perso oltre il 15 per cento ( vedi grafico ), l’indice tedesco Dax è oltre i venti punti percentuali, come il paniere delle venti migliori azioni europee, mentre il brasiliano Bovespa, ha accarezzato il muro del 40 per cento di perdite. Ma perché l’Italia? Al di là delle frizioni politiche, ci sono degli aspetti molto concreti che riguardano la capacità delle aziende di credito di produrre reddito e di avere un’adeguata struttura di capitale. Apertosi un buco nella diga, è venuto giù tutto, travolgendo anche quei gruppi, come Intesa Sanpaolo, che hanno una invidiabile capacità di tenuta patrimoniale, riconosciuta dalle stesse autorità europee.
Il nodo
In generale, modesto capitale, molti debiti inesigibili. Germania, Spagna, Irlanda, Francia e Inghilterra hanno agito sulla montagna di prestiti ammalorati con invidiabile tempestività. Erano gli anni in cui, in Italia, si preferiva concentrare il pubblico dibattito sulla geografia delle cosiddette Olgettine. Oggi paghiamo il conto, di quelle distrazioni e di quei denari mal prestati.
Un report di Mediobanca securities dello scorso 24 novembre stima il totale dei prestiti deteriorati lordi delle principali banche italiane: Unicredit 84,4 miliardi; Intesa Sanpaolo 63,2; Mps 45,3; Banco Popolare 21,7; Ubi 13,1; Bper 11; Popolare Milano 5,9; Credito Valtellinese 5,1; Popolare Sondrio 3,6; Credito Emiliano 1,3. Totale 254,5 miliardi per sole dieci banche.
Solo una parte di questi 254,5 miliardi sono coperti a bilancio. Ed è per colmare quel gap che si è mosso il mercato. Dice un operatore che chiede l’anonimato: «le condizioni oggi non sono confrontabili con quanto si verificò in occasione della crisi del debito sovrano. L’Italia sta molto meglio di cinque anni fa, il petrolio è a 28 dollari al barile, sono state fatte delle riforme strutturali, i conti dello Stato presentano un avanzo primario. No, questa è una crisi da forzature regolamentali. C’è un evidente problema di regolamentazione del mercato». Sugli spazi vuoti dei regolamenti la speculazione fa il suo lavoro, come dimostra Mps, scesa sotto i 60 centesimi (vedi a pagina 4).
In questo bailamme riemerge con forza un indice che molti avevano lasciato al 2008, il Texas rat io. Si tratta di un indice messo a punto dagli analisti di Rbc per analizzare la crisi delle banche del Texas durante la recessione degli anni ’80. È il rapporto tra prestiti ammalorati (Npl) e la somma di «capitale netto tangibile» e riserve per perdite su crediti. Quando il Texas ratio raggiunge il valore 1, o 100% (numeratore uguale al denominatore) la banca ha elevate probabilità di fallire. Citi, lo scorso 15 gennaio, si è divertita a riproporre il Texas ratio applicandolo alle banche europee (vedi grafico). Un report che ripropone l’urgenza di una Bad bank italiana.
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