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Bad Bank di Stato Alla fine va in archivio: non piace a nessuno

L’annuncio definitivo deve ancora arrivare, ma la sostanza non cambia: la bad bank , che doveva sollevare le banche italiane dal peso dei crediti deteriorati, una vera montagna, è pronta per finire nel cassetto dei progetti archiviati. Alcune dichiarazioni degli ultimi giorni, peraltro molto prudenti, lo confermano. 
Andrea Guerra, l’ex amministratore delegato di Luxottica diventato il consulente più ascoltato dalla presidenza del consiglio, è intervenuto sulla materia dichiarando: «Si parla tanto di bad bank , che è sicuramente uno strumento possibile, ma non è l’unico». E Mauro Maria Marino, del Pd, presidente della commissione Finanza e Tesoro del Senato, ha ammesso che la bad bank «forse non serve».
Di sicuro il progetto, nonostante la spinta della Banca d’Italia che in più occasioni ha cercato di promuoverlo, anche recentemente, si è arenato. E ora l’orientamento prevalente è di sostituirlo con interventi meno clamorosi ma più facili da realizzare, a partire dalla modifiche delle procedure concorsuali e della legge fallimentare. L’intenzione è di mettere mano alla materia con una revisione ampia che serva a sbloccare un sistema, quello bancario, su cui pesano 185 miliardi di sofferenze e quasi il doppio di crediti deteriorati. Altrettanto certo è che alle grandi banche la bad bank non è mai piaciuta.
Esplicito, in proposito, è stato Carlo Messina, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, il secondo gruppo bancario italiano. «A noi la bad bank non interessa», ha detto, aggiungendo che «il problema delle sofferenze ce lo risolviamo da soli, cercando di portare in bonis più clienti che possiamo».
Su posizioni analoghe Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, che, intervenendo al Senato, ha detto «di non voler volontariamente usare il termine bad bank ». Una iniziativa, ha spiegato, utilizzata «in Paesi (per esempio la Spagna, ndr ) dove il sistema bancario era al collasso e occorreva salvare le banche. Qui, invece, occorre trovare strumenti per salvare l’economia».
L’archiviazione della bad bank è anche legata alle difficoltà di stabilire regole condivise su chi avrebbe pagato il prezzo necessario per liberare le banche dalla morsa dei crediti irrecuperabili. Chi e in che misura si sarebbe accollato le perdite? E con quali criteri sarebbero state considerate le sofferenze? Il rischio era di valutarle troppo o, al contrario, troppo poco, esponendo il fianco ad accuse di segno opposto. Ora è aperta la strada che vedrà una serie di banche, in particolare le maggiori, cedere pacchetti circoscritti di crediti compromessi a nuovi veicoli, coinvolgendo intermediari internazionali specializzati. Così il vantaggio è che le condizioni di trasferimento dei crediti verranno fatte dal mercato, evitando polemiche sulle banche che scaricano sulla collettività, cioè sullo Stato, le conseguenze di errori e omissioni.
Alla revisione delle procedure concorsuali e della legge fallimentare stanno lavorando i tecnici del ministero della Giustizia e di Palazzo Chigi, seguiti con qualche timore dai rappresentanti del mondo delle aziende. La preoccupazione è che, alla fine, per risolvere un problema ne vengano creati altri scaricando sugli imprenditori i costi degli interventi necessari per alleggerire il sistema bancario.
L’attesa è che vengano approvate misure per accelerare le procedure per l’escussione delle garanzie, unite a interventi per facilitare e ridurre i tempi di recupero dei crediti nei fallimenti. Poi, anche la parte pubblica sarà chiamata a contribuire. Per esempio con l’approvazione di un pacchetto di provvedimenti di tipo fiscale, dalla deducibilità integrale delle perdite derivanti dalla cessione dei portafogli di crediti deteriorati (una richiesta è che possa avvenire nell’anno in cui sono realizzate) alla deducibilità in un solo anno delle svalutazioni.
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