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Da «babbo Monte» a sinonimo di crack

Un anziano consigliere di quello che fu il Monte dei Paschi ricorda che, a metà degli anni ’80, l’allora ragioniere capo della banca andò da lui allarmato: «Professore, c’è una cosa che le debbo dire…. abbiamo in bilancio un utile di 50 miliardi in più di quanto previsto… E ora che si fa?». Era davvero ricco, il Monte, ricco e lento, un gigante buono con i vestiti d’antan, ma per tutti era come un nonno facoltoso che insegna ai nipoti a non sprecar denaro, ma che assicura senza dirlo che l’eredità servirà alle generazioni a venire. Questo era. Questo non è più. Non lo è più da diversi anni, in qualche modo da quando si decide che la banca non deve essere più il «babbo Monte» ma trasformarsi in qualcosa di diverso, dinamico, aggregatore, moderno, aggressivo. Oggi è facile dispensar giudizi, ma all’epoca delle acquisizioni, specie quella sciagurata di Antonveneta, tutti erano lì a spellarsi le mani dagli applausi (si faccia avanti chi non lo era). Monte Paschi quindi diventa statale. Ridiventa, va detto, visto che nel 1936, all’epoca della legge bancaria di Beneduce, diventa istituto pubblico, al pari di San Paolo e Banco Napoli. Mussolini – si narra – cerca di portare via la sede da Siena, ma non ci riesce, anche per le pressioni delle potenti lobby senesi fasciste. Ma era statale e lo rimase con la Repubblica. Le nomine le decide perlopiù il mitico Cicr e la banca è quasi tutta democristiana, e cresce forte negli anni di Piero Barucci e Carlo Zini. Al Pci spettano due consiglieri, qualche poltrona nei cda delle controllate e un po’ di nomine interne (da gestire assieme alla Cgil), ma la struttura è della Dc, altro che comunista. Per paradosso diventa “banca rossa” quando il Pci non c’è più e lo scudocrociato si dissolve. Arriva la legge sulle Fondazioni e le banche pubbliche mutano geneticamente grazie ad un processo di lottizzazione di nuovo conio, per certi versi più efficace e tuttora in vita, ma il Monte dei Paschi, come prevedibile invece di darsi una mossa – tanto per dire – non entra ai canapi come l’ottimo Tornasol e più volte indietreggia. Ma alla fine deve correre, non c’è alternativa, dopo un infinito dibattito che all’epoca pare surreale (chi si ricorda del «conferimento parziale», un’ipotesi statutaria ai limiti della psicoanalisi) ma non del tutto infondato, cede alla pressione dei tempi: si trasforma in spa, nasce la Fondazione. È il 1995, le banche sono in difficoltà ma tempi migliori sono in arrivo, e nel ‘99 approda in Borsa, alla guida il prudente Divo Gronchi. Ormai “il Paschi” è lanciato, partono le acquisizioni a caro prezzo (Bam) e a carissimo prezzo (Salento, ex 121), ma è talmente ricco che supera i salassi. Si arriva così al fatidico 2007, quando viene annunciata l’acquisizione di Antonveneta per oltre 9 miliardi, in realtà 17 ne servono. L’operazione è voluta a tutti i costi dai vertici della banca, presieduta da Giuseppe Mussari, ma è approvata dalle autorità monetarie e benedetta dal rinato governo Berlusconi nel 2008. Ma è subito evidente che servono mezzi che non ci sono (qualcuno se n’era accorto?). Partono aumenti di capitale e cessioni a raffica, la Fondazione si indebita, si fanno operazioni di ogni tipo, tutte oggetto di indagini e note fin nel dettaglio. Si cambia management si stringe la cinghia. Il Monte non è più il Monte, oltre il buco c’è lo sconcerto, il senese David Rossi muore cadendo dal suo ufficio al terzo piano, era dai tempi dell’Ambrosiano che non accadeva. E così si arriva all’oggi, con il dossier-Mps discusso e deciso a Roma e Bruxelles, un salvataggio buono e giusto, certo, ma che suona un po’ come una beffa per i senesi, che son persone perbene e gelose delle loro cose . Ma ormai nulla è come prima.

Carlo Marroni

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