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Azionisti Ubi schierati In assemblea il 28,98% contrario all’Ops Intesa

MILANO — C’era l’affluenza delle grandi occasioni, all’assemblea Ubi di approvazione del bilancio (e poco più). Affluenza virtuale: a Brescia erano pochissimi i presenti fisicamente, tra cui consigliere delegato Victor Massiah. Collegati da remoto la presidente Letizia Moratti e gli altri consiglieri. Ma attraverso il rappresentante designato, come ormai prescrivono le regole anti-coronavirus, era presente il 53,58% del capitale sociale, conferito da 617 azionisti. Un record per le ultime cinque assemblee, quando la media si è aggirata intorno al 40% (con una punta del 48,57% nel 2017). Di questi, il 99,93% ha votato sì.
Del resto, il senso dell’assemblea non era nelle decisioni da prendere (sebbene Giorgio Jannone in una domanda scritta abbia contestato i piani di incentivi azionari per il top management), quanto nel serrare le fila di fronte all’offerta di Intesa Sanpaolo. Lo ha spiegato piuttosto chiaramente, in un intervento scritto che verrà allegato al verbale, la presidente Moratti, che ha ricordato come l’autonomia e la solidità di Ubi rappresentano «un valore per tutti gli stakeholders, siano essi azionisti, clienti o dipendenti». Anche in un momento particolarmente drammatico per i territori su cui insiste maggiormente la banca – Bergamo e Brescia – falcidiati dal virus. Ieri erano presenti al gran completo i soci che si ritrovano nel Car (che hanno il 18,98% della banca); e presenti anche gli azionisti del Sindacato di Brescia, quello che comprende anche Giovanni Bazoli (e Romain Zaleski, che alcune cronache descrivono come più tiepido rispetto al fronte anti- Intesa): lo schieramento ha l’8,4% e insieme all’1,6% del Patto dei Mille (la cui presenza si vedrà solo con il verbale di assemblea, ma che dovrebbe essere scontata), significa che i grandi soci di Ubi possono contare su pacchetti per il 28,98%, per quanto in tre blocchi del tutto indipendenti. Ieri ha votato a favore del bilancio anche quasi un altro 25% del capitale. Che ragionevolmente fa capo ai fondi: dall’elenco dei grandi investitori istituzionali si vede che Silchester, fondo da tempo presente nel capitale, è salito dall’8,1 della scorsa assemblea all’8,6%; appena sotto c’è il fondo Parvus di Edoardo Mercadante, al 7,9% con una partecipazione potenziale su un altro 0,7%. Del pacchetto, gestito per conto di alcuni clienti, Ubi ha detto di non sapere nulla. Stabile Hsbc, poco sotto il 5%.
Vero è che ieri la partita era solo simbolica e i dati di bilancio (al netto degli elementi non ricorrenti, l’utile 2019 si attesta a 352,9 milioni di euro, in crescita del 16,7% rispetto al 2018) non presentavano criticità. Diverso sarà il discorso rispetto all’offerta di Intesa, che larghi strati dei grandi azionisti (sebbene il Patto bresciano non si è ancora espresso formalmente) considerano penalizzante come condizioni economiche e ostile nella formulazione. L’ultimo in ordine di tempo a confermare la contrarietà è stato due giorni fa Giandomenico Genta, presidente della Fondazione Cuneo. Sul fronte opposto Carlo Messina, ad di Intesa, che ha appena confermato lo gica e opportunità dell’offerta. L’ago della bilancia lo farà lo schieramento dei fondi internazionali, quando l’offerta verrà lanciata sul mercato (e dopo le autorizzazioni delle autorità di vigilanza). Sulla carta il controllo dell’assemblea straordinaria (e quindi la fusione) potrebbe rivelarsi un obiettivo in salita, per Intesa. Il clima che si respira, intorno a Ubi, è combattivo. Puntando sulle criticità (potenziali esuberi e riduzione del credito alle imprese, nelle aree di sovrapposizione). E studiando le possibili battaglie legali di contrasto.
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