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Azionisti e vigilanti all’attacco della finanza verde per finta

La notizia che la Sec Usa e la Bafin tedesca indagano sulla sostenibilità dei fondi Dws ha scosso il mondo del risparmio gestito, che da due anni si va sovrapponendo a quello del “risparmio sostenibile”. Virgolette d’obbligo, perché si nuota in un mare magno da ormai 2.500 miliardi di dollari, con classificazioni difformi e variopinte: anche azioni di imprese che operano nei settori inquinanti tra cui energie fossili, cemento, miniere, hanno il loro “green”. Una corsa per cui, dopo la pandemia, spesso si parla di “bolla”: e che, come nel ramo tech, semina per strada legislatori e controllori. Specie negli Usa, dove la Sec promette indagini, da Dws a ogni gestore che spacci etichette. «I fondi che dicono che sono verdi o sostenibili dovranno d’ora in poi provarlo, dando al mercato molti più informazioni in tema», ha detto al parlamento Ue il presidente della Sec, Gary Gensler.Secondo il Wall Street Journal le accuse di un ex dirigente di Dws, gestore controllato da Deutsche Bank, e alcuni documenti interni mostrerebbero che i criteri d’investimento sostenibile sono stati edulcorati. Dws ha smentito, ma la Borsa ha punito l’azione. La Sec deve accertare l’effettività della “Esg integration”, che Dws adotta su 459 miliardi di euro di fondi, oltre metà del totale gestito. Si tratta di un metodo interno che rintraccia titoli allineati in parte ai criteri E (ambiente), S (sociale), G (governance), ed è più lasco dei fondi “Esg dedicati”, gestiti attivamente da Dws e pari a 70 miliardi.Proprio sulla “integrazione” dei fattori Esg nei fondi l’asino scivola: non solo quello di Dws. «L’indagine Sec potrebbe rivelarsi un fuoco di paglia, perché negli Usa non c’è una definizione legale che accerti la “Esg integration”: può significare tutto e niente – dice Donato Calace di Datamaran, leader nel monitoraggio informatico di rischi Esg – . Per anni questi criteri sono stati su base volontaria, nella convinzione che i meccanismi di mercato li avrebbero fatti funzionare».Ma ora che arriva il mercato ci si accorge del contrario, e tutto pare ridursi a una grande etichettatura. Proprio gli Usa hanno accumulato un ritardo normativo sui temi Esg, visti con sdegno da Donald Trump. Oggi Biden prova a inseguire l’Europa, leader mondiale di regole, pratiche e investimenti sostenibili. Ma gli Usa, rientrati ora nell’accordo climatico di Parigi, nemmeno contemplano la “doppia materialità” Esg per gli amministratori che in Europa è legge dal 2020: un manager è responsabile sia per i danni di una gestione poco sostenibile all’azienda sia per quelli alle comunità attorno, pertanto vigono doppi obblighi informativi. Ma negli Usa il timore di class action finora aiuta la lobby aziendale a limitare la responsabilità dei manager – e le informazioni obbligatorie – alla sola “materialità finanziaria”, per i danni procurati al business. In assenza di mandati politici nuovi, specie a Washington, sarà dunque difficile spezzare il cerchio di ipocrisia verde in cui danzano governi, aziende, mercati.Non che in Europa pratiche e investimenti “Esg” siano verde colato. Un’indagine sulla coerenza dei fondi sostenibili, svolta da Influence Map su 723 azionari globali – con i grandi nomi europei – ha evidenziato che su 593 catalogati Esg il 71% era disallineato agli obiettivi di Parigi: e anche nei 130 “fondi climatici” solo un 55% era coerente ai patti sul clima. La ricerca incolpa «l’ampio spettro di termini usati per descrivere le strategie d’investimento, e la correlata difficoltà a compararli, anche su base finanziaria». Comparare, come emerso mesi fa nell’iniziativa del fondo attivista Bluebell sull’impianto di soda a Rosignano del colosso belga Solvay, è un altro grande problema degli investimenti Esg. I rating unificati di adeguatezza, diffusi da molti fornitori di indici come Msci e Sustainalytics, paiono più una trovata di marketing che, oltre a miscelare E, S, G, non fa confronti assoluti tra gli emittenti, limitandosi a confrontare le aziende nei loro settori. Una tripla A di chimica o idrocarburi, non è certo equiparabile per emissioni o altre criticità a una capofila di rinnovabili.Fondazione finanza etica, che con Banca Etica da anni osteggia il “greenwashing” nella finanza, ha pubblicato mesi fa uno studio che evidenzia anche le differenze di “scopo aziendale”: le banche etiche europee nel 2019 usavano il 76,4% degli attivi per il credito a famiglie e imprese, il doppio del 38,7% medio delle tradizionali (ma le banche cooperative sono al 60%). Per dire che “etico” è molto più che “sostenibile”: anche senza dir bugie. Banca Etica oggi è in prima linea nello scontro sulla tassonomia Ue, che entro fine 2021 completerà la classificazione di sostenibilità. Per ora vi rientra l’energia a gas, mentre è escluso il nucleare. La tassonomia orienterà miliardi di futuri risparmi: i fattori Esg tirano sempre più tra i giovani, e la domanda di investimenti spinge sia l’offerta (ogni giorno nascono due fondi Esg, pari a 3 miliardi di dollari), sia le quotazioni. Il Nyu Stern Center ha analizzato 1.000 ricerche tra il 2015 e il 2020 attestando che il sostenibile “rende”: e il portafoglio di azioni “Esg” dell’Economist dal 2020 a metà 2021 fa +59%, il doppio rispetto al vivace S&P 500. Anche i prezzi delle materie prime utili al cambiamento, in tandem con tanti idoli green della Borsa tipo Tesla, sono su livelli che potrebbero rivelarsi, un giorno, poco sostenibili. Ma il mondo e la transizione ecologica vanno avanti.

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