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Azioni risparmio, un «tesoro» da 7,7 miliardi

Poco più di 7,7 miliardi di euro. A tanto ammonta la capitalizzazione di Borsa delle azioni di risparmio quotate a Piazza Affari. Solo una ventina i casi rimasti e di questi un paio fanno l’80% del mercato. Si tratta di Telecom Italia, che conta risparmio per 4,24 miliardi, e Intesa SanPaolo, che conta 1,988 miliardi di euro.
Nel caso di Telecom Italia si tratta di un’eredità del passato, che dava la possibilità di una maggiore remunerazione per gli azionisti-risparmiatori a fronte di diritti di voto più ridotti. Per diversi anni si è parlato di una loro conversione, che avrebbe anche portato a una riduzione del debito nel caso fosse avvenuta in carta e cash. Ma nel tempo l’operazione è stata accantonata: prima Olimpia e poi Telco, infatti, si sarebbero diluite nel caso di una conversione, possedendo solo azioni ordinarie del gruppo telefonico. Ora con l’azionariato di Telecom Italia “in divenire” sembra riprendere corpo l’ipotesi di una semplificazione del capitale, che comunque rappresenterebbe una notevole diluizione per gli azionisti considerato che sul mercato ci sono circa 6 miliardi di azioni di risparmio a fronte di poco più di 13 miliardi di ordinarie. Sul mercato iniziano così a circolare voci che il 2015 potrebbe essere l’anno giusto.
L’operazione UnipolSai ha fatto tornare in auge il tema anche per Intesa SanPaolo. L’ipotesi non è mai stata accantonata del tutto a Ca’ de Sass, anche se l’amministratore delegato Carlo Messina, nel marzo scorso in occasione della presentazione del piano industriale, ha precisato in una conference call con gli analisti: «Non è pianificata la conversione delle azioni risparmio, siamo messi talmente bene come capitale che non è una priorità del piano industriale». Il mercato, però, si aspetta prima o poi una semplificazione del capitale e alcuni analisti aggiungono che con Basilea3 le risparmio pesano 13 punti base in negativo. Pur non avendo Intesa SanPaolo bisogno di capitale, potrebbe decidere comunque per la conversione. In quest’ultima eventualità, pur avendo la liquidità per un’operazione di riacquisto in contanti, il gruppo potrebbe decidere un deal carta contro carta per il contesto in cui le banche devono decidere in questo momento di impiegare i capitali. La conversione, nel caso dell’istituto di credito, sembra però più in là nel tempo.
Per Telecom Italia e Intesa SanPaolo, comunque, da inizio anno le ordinarie e le risparmio si sono mosse all’unisono al rialzo. Ci sono, invece, esempi di divergenze molto evidenti, come per Carige (-63% ordinarie e +46% risparmio) e Telecom Italia Media (-32% ordinarie e +271% risparmio), ma secondo gli analisti si giustificano con la scarsità di titoli sul mercato. In entrambi i casi, infatti, la capitalizzazione delle risparmio si aggira attorno ai 3 milioni di euro.
Classi diverse di azioni non sono, però, un’anomalia italiana: «Abbiamo la percezione che siano un retaggio del passato, in realtà, però, se si guarda al mondo tech statunitense sono diverse le società di nascita recente che hanno diverse classi di azioni, che permettono di controllare la maggioranza dei diritti di voti con quote modeste del capitale» osserva Andrea De Vita di Banca Akros, che fa gli esempi di Google e Facebook, dove le azioni di classe B valgono 10 volte i diritti di voto della classe A. La differenza è che negli States non viene riconosciuta una cedola maggiorata come contropartita al minor peso in assemblea.

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