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Azioni e obbligazioni, la classifica dei titoli che rischiano di più in caso di salvataggio

MILANO È — o forse sarebbe il caso di dire, è stata — una delle forme di risparmio più apprezzate dagli italiani: l’obbligazione della banca, comprata allo sportello, spesso proposta dal direttore di filiale che magari si conosceva da anni, che non aveva mai tirato brutti scherzi. Poteva essere emessa dalla stessa banca, o da un altro istituto, ma poco importava. Erano bond di fatto privi di rischio: cedole puntuali, rendimenti corposi, sicurezza anche di poterli liquidare prima del tempo casomai ci fosse stato bisogno. Ora — ma in realtà da tempo, almeno dal crac di Lehman Brothers del 2008 e con l’Unione bancaria in Europa — la situazione è cambiata. Chi compra un bond, cioè chi tecnicamente presta soldi a una banca, rischia di non riaverli indietro se l’istituto finisce in crisi.
È successo domenica scorsa dopo il decreto che ha consentito alla Banca d’Italia di far scattare il meccanismo di risoluzione per quattro istituti commissariati: Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara, CariChieti. A farne le spese, oltre ovviamente ai circa 130 mila azionisti, sono stati circa 15 mila obbligazionisti, che hanno visto azzerati 788 milioni di investimenti in bond subordinati. Il loro credito ha contribuito a coprire il 30% alle perdite registrate dalle quattro banche, pari a 2,6 miliardi totali. E non sono comunque bastati, visto che il Fondo di risoluzione ha dovuto versare altri 1,7 miliardi a copertura delle perdite, e poi ulteriori 1,8 miliardi per ricapitalizzare le «nuove» banche.
1Che cosa cambia?
In teoria anche prima dell’introduzione della direttiva Ue sulla «risoluzione bancaria» (Brrd) valevano le regole fallimentari che prevedono che anche gli obbligazionisti rischino il capitale. Ma nei fatti sono arrivati prima i salvataggi. Ora l’impostazione è radicalmente mutata: se non si vuole far fallire una banca per evitare un contagio nel sistema, il salvataggio da parte dello Stato potrà esserci solo dopo che saranno stati coinvolti nelle perdite soci e creditori, ovvero i titolari di obbligazioni e i depositanti oltre i 100 mila euro.
2Conosci il tuo bond?
Le obbligazioni sono esposte in teoria anche a perdite integrali dell’investimento, come ricordava mercoledì la Consob nella comunicazione agli intermediari affinché spieghino bene le conseguenze della nuova direttiva e i rischi dell’investimento. All’interno della vasta categoria dei bond ci sono diversi livelli di rischio. I bond subordinati («junior») sono quelli più esposti, in quanto assimilati al capitale di vigilanza delle banche. In caso di carenze patrimoniali, sono i primi ad essere intaccati, dopo le azioni. Per questo rendono parecchio: quelle della piccola CariChieti offrivano anche il 5% netto, quelli dell’Etruria il 7%. Ci sono diversi livelli di subordinazione, «upper» e «lower», e quindi di assimilazione al capitale (cosiddetti bond «Tier1» e «Tier2») che prevedono la sospensione della cedola o il non pagamento in caso di perdite (l’ha fatto Mps nel 2013 con i bond «Tier 1»). I bond con il più alto grado di protezione sono quelli «senior», non subordinati, i primi ad essere rimborsati in caso di liquidazione. Eventualmente possono essere garantiti («secured») da particolari attivi della banca.
3 Attenti all’emittente
Allo sportello non vengono collocati solo bond propri della banca ma anche quelli di altri istituti. Per esempio i bond di Banca Marche sembra che in gran parte siano stati collocati presso altre reti: sarebbero appena mille i sottoscrittori clienti dell’istituto marchigiano. Quelli dell’Etruria sembra siano 5 mila, e poche centinaia quelli di CariFerrara e CariChieti. Il resto è in mano a circa 9 mila investitori, magari residenti a grande distanza dai «territori» che le banche avrebbero dovuto presidiare.

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