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Aziende mafiose subito chiuse

La regolazione del mercato non sopporta vuoti di tutela. Il Consiglio di stato (sentenza 565/2017, si veda ItaliaOggi dell’11/2/2017) ha lanciato il suo j’accuse contro l’impresa criminale ed ha letto il codice antimafia (dlgs 159/2011) nella sua immediata applicabilità. Anche se manca il decreto attuativo, anche se l’impresa da controllare non lavora con un ente pubblico (appalto o concessione), anche se il valore dell’impresa è sotto soglia, anche se si aspetta una sentenza della Corte costituzionale sull’eventuale eccesso di delega del codice antimafia, nonostante tutto questo la legge ha dato all’autorità pubblica gli strumenti per espellere dal circuito economico le imprese contigue alle mafie.

Più poteri ai prefetti, dunque, per valutare rischi di infiltrazioni mafiose. La sentenza spiega che anche le attività soggette al rilascio di autorizzazioni, licenze o a Scia soggiacciono alle informative antimafia. Inoltre con l’istituzione della Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia (art. 2, legge 13 agosto 2010, n. 136) si realizza una vera e propria mappatura delle imprese, comprensiva anche delle informative interdittive, espressamente riferite «a tutti i rapporti». Ciò comporta in pratica che, anche quando si tratta di attività soggette ad autorizzazione, in cui al prefetto si chiede di emettere solo una comunicazione antimafia, egli può comunque eseguire gli accertamenti tipici dell’informativa, invece di limitarsi a riscontrare semplicemente l’assenza di misure definitive di prevenzione o di condanne.

La decodifica della pronuncia può articolarsi su vari livelli. Un primo livello è quello strettamente tecnico-giuridico e si risolve in una questione strettamente interpretativa: si deve appurare se i controlli antimafia riguardano solo i casi in cui un’impresa stipula un contratto con una p.a. (ad esempio, un appalto o una concessione) o anche i casi in cui l’impresa deve chiedere un’autorizzazione per poter lavorare.

La risposta del Consiglio di stato è affermativa: l’ambito delle autorizzazioni non è escluso dalle verifiche antimafia. La legge non solo non lo esclude, ma anzi lo prevede, se solo non ci si nasconde dietro un dito. Il codice antimafia parla di rapporti con la pubblica amministrazione e c’è un rapporto (che obbliga alle verifiche preventive antimafia) anche quando un’impresa chiede un’autorizzazione. E anche quando un’attività è assoggettata a procedure semplificate, come la Scia (segnalazione certificata di inizio attività).

La semplificazione amministrativa significa meno pastoie per le imprese sane e non maglie larghe per le imprese criminali.

Un secondo livello riguarda i rapporti tra economia e autorità. L’estensione del potere regolatorio a tutti gli ambiti economici significa una mano pesante dello stato nel flusso in entrata sul mercato. Il pericolo è che la regolazione del mercato sia una propaggine dello stato che sanziona. E la regolazione del mercato, perché sia efficace richiede un uso sapiente del potere di inibire l’attività: l’appello del Consiglio di stato alle prefetture non è un atto di fede ma l’avviso che il sindacato del giudice può colpire eccessive disinvolture e arbitri.

Un terzo livello riguarda l’apporto tecnologico dei sistemi informativi. Se la questione si è posta in una certa maniera e se la decisione è stata quella del via libera al controllo antimafia anche sulle autorizzazioni, se tutto ciò è avvenuto è anche perché c’è un data base unico, cui si può attingere per trovare le necessarie notizie, intrecciare informazioni e abbinare nomi e fatti. Questo pone il problema degli standard da seguire per la formazione e la manutenzione delle base di dati.

Un quarto livello riguarda i rapporti tra legislatore e governo, chiamato ad approvare i provvedimenti attuativi.

Nel caso specifico una tesi dell’impresa (cui è stata negata l’autorizzazione necessaria per il suo business) è stata la mancanza del decreto attuativo, che dovrebbe individuare i casi di autorizzazione sottoposti ai controlli antimafia; lapidaria la risposta di Palazzo Spada: non è nemmeno inimmaginabile che l’inerzia del governo porti acqua agli interessi malavitosi, che possono, nelle more, far girare denaro sporco e alimentare circuiti economici viziosi.

Né si può invocare la libertà di impresa: il principio costituzionale non copre chi fa affari in contiguità con o per le associazioni a delinquere.

Antonio Ciccia e Luigi Chiarello

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