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Aziende di Stato, la sfida degli utili

Le polemiche risuonano ancora – dagli scissionisti del Pd a Renato Brunetta di Forza Italia, il giudizio sul ruolo dell’ex premier Matteo Renzi nella partita delle nomine delle aziende a partecipazione pubblica è una condanna unanime per eccesso di influenza – ma intanto le nomine sono andate in porto. E adesso a parlare saranno i numeri.
Se la partita che si è appena conclusa fosse un derby di redditività la squadra dei tre nuovi capiazienda messi dal governo, con la gentile collaborazione di Renzi, a Leonardo, Terna e Poste potrebbe virtualmente battere il risultato combinato dei due colossi energetici Eni ed Enel che hanno invece mantenuto invariata la guida. Assieme, le tre aziende con nuovo management hanno un utile netto complessivo che nel 2016 supera i 1.750 milioni (507 per Leonardo, 633 per Terna e 622 per Poste) contro un risultato positivo dell’Enel di 2.570 milioni e uno negativo dell’Eni – colpa del barile in calo – di 1.460 milioni.
Ma non di soli utili è fatta la vita delle partecipate pubbliche. Al Tesoro interessa nel medio periodo il loro sviluppo e nell’immediato una cedola che rimpingui un po’ le casse dell’azionista pubblico. E in questa classifica l’Eni guidato da Claudo Descalzi e l’Enel condotto da Francesco Starace sono invece al top della classifica: al Tesoro e alla Cdp quest’anno andranno circa 900 milioni dal gruppo petrolifero, grazie al dividendo da 80 centesimi per azione, e 430 milioni da quello elettrico.
Ai nuovi vertici operativi che si insedieranno alle prossime assemblee di bilancio spetterà così provare a far meglio dei loro predecessori: per Alessandro Profumo alla guida di Leonardo il confronto sarà con i 24 milioni di cedola destinata al Tesoro appena deliberata; per Matteo Del Fante alle Poste con i 150 milioni per il Tesoro (e altri 180 per l’azionista Cdp) del suo predecessore; per Luigi Ferraris che succede a Del Fante al vertice di Terna dovrà almeno bissare i 150 milioni che arriveranno dal bilancio 2016 alla controllante Cdp Reti.
Se la cedola che arriva all’azionista pubblico – e anche a quelli privati – è elemento essenziale per la valutazione dell’andamento aziendale, ognuno dei tre nominati dovrà poi rispondere a sfide specifiche. Nel caso di Leonardo il nuovo ad Profumo dovrà spingere sull’internazionalizzazione. Al suo predecessore Mauro Moretti l’azionista ha riconosciuto il merito di aver fatto pulizia e semplificato la struttura in quella che all’epoca si chiamava Finmeccanica, ma rimprovera invece una scarsa capacità di muoversi sui mercati internazionali dove inevitabilmente si gioca la partita delle commesse per la Difesa. È un ruolo che toccherà a Profumo, che al più presto dovrà anche sciogliere potenziali conflitti di interesse: è non solo presidente, ma anche azionista, di Equita Sim e siede inoltre nel consiglio della banca russa Sberbank.
E le Poste? Se l’operato dell’ad uscente Francesco Caio ha convinto gli analisti, tanto che un recentissimo report di Ubs segnalava ancora venerdì scorso la sua uscita forzata come un vulnus per la società, l’arrivo di Del Fante – che le Poste le conosce bene avendole controllate quando era direttore generale della Cassa depositi e prestiti – non catapulta di certo alla guida un inesperto. Quello su cui rifletteranno i mercati è piuttosto il destino della privatizzazione del gestore italiano a tre gambe – logistica, servizi finanziari e assicurazioni – che dopo la prima tranche fatta proprio da Caio appare adesso in forse. Padoan lo vorrebbe, non fosse altro che per rimettere un po’ in linea un debito pubblico che preoccupa sempre di più Bruxelles, ma all’interno del Pd si sente forte la voce di chi – come il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli – vuole invece frenare sulle vendite.

Francesco Manacorda

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