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Aziende, la coesione fa la forza

L’unione fa la forza. Tanto più se alla base c’è un intento sociale comune come mostrato da Fondazione Symbola che, insieme a Intesa Sanpaolo e Unioncamere, ha scattato una fotografia al mondo delle imprese coesive. Si tratta di 49.000 aziende tra 5 e 499 dipendenti (il 37% delle pmi manifatturiere italiane) che si distinguono per essere interconnesse, attente all’ambiente, al benessere sociale e al dialogo con le istituzioni.

I numeri parlano chiaro. In un anno particolarmente difficile per l’emergenza sanitaria, le aziende coesive hanno messo a segno risultati economici ben superiori a quelle chiuse in loro stesse: hanno esportato di più (il 58% contro il 39% di quelle non coesive), hanno fatto più eco-investimenti (39% contro 19%), hanno investito di più per migliorare prodotti e servizi (58% contro 46%) e hanno adottato misure legate al Piano Transizione 4.0 (il 28% contro l’11% delle non coesive). «La coesione, come ha detto il presidente Draghi, è un dovere morale ma è anche un formidabile fattore produttivo», ha sottolineato Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola. «Anche per questo l’Unione Europea ha indirizzato le risorse del Next Generation Eu e larga parte del bilancio comunitario 2021-2027 per rilanciare l’economia su coesione-inclusione, transizione verde e digitale con l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di Co2 entro il 2050».

Addentrandosi nel rapporto realizzato da Symbola si scopre così che la capacità di rapportarsi con il mondo della cultura è maggiore tra le imprese coesive rispetto a quelle non coesive. E questo, attraverso donazioni, sponsorizzazioni, partnership con istituzioni culturali. Basti pensare che la quota delle imprese che dichiarano di intraprendere questo tipo di iniziative è pari al 26% nel caso di quelle coesive a fronte di appena l’11% per le aziende classificate come non coesive.about:blank

Per non parlare della digitalizzazione: la quota di imprese che ha adottato o sta pianificando di adottare misure legate a Transizione 4.0 è pari a 28% per le imprese coesive, mentre tra le imprese non coesive si ferma a meno di una su dieci.

Ma coesione vuol dire anche miglioramento del bilanciamento di genere: l’incremento delle donne nei cda delle società quotate è passato da 170 nel 2008 (il 5,9%), alle 811 di oggi (il 36,3%), mentre nei collegi sindacali il loro numero è cresciuto dal 13,4% del 2012 al 41,6% del 2019, con 475 sindaci donne. Valori ancora bassi che indicano tuttavia un trend in forte crescita. «La coesione rappresenta per le imprese anche un’occasione per accrescere il senso di appartenenza e soddisfazione di vita dei propri dipendenti», si legge nel documento, «per rafforzare le relazioni di filiera e distrettuali, ma anche per competere in un mercato che premia sempre di più gli atteggiamenti virtuosi». Al tempo stesso, tuttavia, le aziende coese si impongono sul mercato meglio delle altre riuscendo ad attirare una maggiore attenzione da parte del mondo dei consumatori e degli investitori. «Oggi due italiani su tre sono disposti a riconoscere alle imprese che hanno atteggiamenti coesivi, un premium price sui prodotti e servizi offerti. Un differenziale di prezzo che in media è del 10% in più a favore delle imprese coesive», sottolineano gli analisti di Symbola secondo cui il ruolo delle imprese risulta sempre più importante nel cambiare il modello di sviluppo legato ai temi della sostenibilità associata alla qualità dei prodotti: il 52% degli intervistati da Ipsos per conto di Symbola mette infatti l’ambiente al primo posto tra i soggetti con cui le imprese dovrebbero entrare in relazione (divenuto uno stakeholder a tutti gli effetti), seguito dai clienti (51%) e i dipendenti (48%) e mettono al quarto posto le comunità e i territori in cui le imprese operano (41%). Ancora il 75% degli italiani è convinto, tuttavia, che gli obiettivi perseguiti dalle imprese siano prettamente di carattere economico e solo per il 25% appaiono legati anche al benessere dei lavoratori, dei clienti e dei fornitori, della comunità.

Ma dove si trovano le 49.000 imprese coesive, fiore all’occhiello della manifattura italiana? Quasi il 70% è localizzato nelle regioni del nord del Paese con oltre il 50% concentrato in appena tre regioni: Lombardia (26,3%), Veneto (13,6%) ed Emilia-Romagna (13,4%). «Le regioni in cui l’incidenza di imprese coesive è più elevata sono anche le regioni in cui si riscontra un Pil pro capite più elevato», hanno avvertito i ricercatori di Symbola che sono andati oltre individuando una serie di aziende che possono essere indicate come bandiera della coesione. E’ il caso, per esempio, della Cantina Arnaldo Caprai che ha stabilizzato il flusso della manodopera accogliendo nelle sue vigne i richiedenti asilo che si rivolgono alla Caritas in cerca di lavoro; ma anche Chiesi Farmaceutici, che ha trasformato i suoi fornitori in partner, scrivendo con loro un documento condiviso di sviluppo, per migliorare insieme sostenibilità e qualità. O Coop Lombardia che ha realizzato il primo supermercato in Europa «autism friendly». Falck Renewables ha condiviso i suoi impianti con le comunità dei territori in cui opera, generando ricadute sociali positive e semplificando la realizzazione di nuovi insediamenti produttivi. Mentre Venchi, con Intesa Sanpaolo, ha permesso l’accesso al credito a 6.000 pmi del territorio legate alla filiera del cioccolato e alla sua distribuzione in un momento di difficoltà generato dall’emergenza Covid.

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