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Aziende di famiglia Nuovo patto con la borsa

Borsa Italiana osserva con attenzione come si muovono e come evolvono le aziende familiari perché questo tipo di imprese rappresenta i due terzi delle società quotate in Italia. «Tutte le aziende che si sono entrate in Borsa nel 2020 e quelle di prossima quotazione sono familiari in base ai criteri definiti dall’Osservatorio Aub, con 635,5 milioni di capitali raccolti in Ipo nel corso del 2020. Una risorsa importantissima per il nostro paese», sottolinea infatti Barbara Lunghi, Head of Primary Markets alla Borsa Italiana.

Aziende che, proprio per il fatto di essere diventate pubbliche, ancorché controllate da una o più famiglie, mostrano assetti di governance più moderni.

«Tante società familiari presenti in listino hanno delle leadership nel loro settore di riferimento, sono spesso aziende con un assetto internazionale — continua Barbara Lunghi —. Grazie a una forte connotazione globale, hanno saputo muoversi tra le geografie e in diverse realtà di mercato. Aziende dove il processo decisionale dovuto alla governance è stato accelerato, posizionate in settori che hanno la possibilità di raccontare una storia agli investitori. Queste sono connotazioni strutturali del nostro tessuto industriale, rappresentate anche in Borsa».

Temi affrontati da Lunghi alla terza edizione di Family Business Festival, svolto la scorsa settimana alla Nuvola di Lavazza a Torino, in un colloquio insieme con Pasquale Salzano, presidente di Simest: la società pubblica che sostiene la crescita delle imprese italiane attraverso l’internazionalizzazione della loro attività.

Opportunità

Che crescere sia un imperativo è ormai questione assodata, soprattutto in un periodo in cui i multipli sono crollati e, se da una parte mettono a rischio di acquisizioni dall’estero, dall’altra creano opportunità per gli imprenditori italiani che guardano avanti. «Uno dei valori della quotazione — dice Lunghi — è che consente non solo di avere una struttura e una capacità di gestire il business più sofisticato, ma anche di avere società più patrimonializzate e con un accesso alternativo di finanza in via continuativa che in questo periodo si sta dimostrando interessante».

Lunghi sottolinea anche l’esperienza delle Ipo più recenti, che rappresentano «una imprenditoria nuova». Aziende che magari hanno alle spalle già storie d’impresa, ma «che ci dicono che in Italia c’è una linfa vitale. È importante non spegnerla e l’augurio è che dalle grandi famiglie italiane arrivi la spinta perché, anzi, fiorisca ancora di più».

La manager di Borsa Italiana non cita direttamente l’ultimo articolo uscito su L’Economist che offre del nostro Paese la fotografia di un capitalismo familiare vecchio ma il pensiero evidentemente c’è.

«Viviamo tutti i giorni il nascere di nuove iniziative — dice Lunghi — e se guardiamo alle quotazioni degli ultimi anni troviamo settori nuovi per il nostro Paese». Succede in particolare all’Aim, dove arrivano sempre più società specializzare in economia circolare, in cyber security, in automazione, ma anche il listino principale offre qualche esempio virtuoso come nel caso di Gvs arrivata in Borsa in piena pandemia.

L’emergenza sanitaria, e il ritorno dei lockdown nel mondo, sta naturalmente abbattendo i valori dei titoli azionari.

Ma come evidenziato da Guido Corbetta e Fabio Quarato, docenti Bocconi, in un’analisi sulle capitalizzazioni pre e post-Covid si vede che malgrado la capitalizzazione a settembre sia stata inferiore del 17,7 per cento rispetto ai valori di inizio anno, le aziende a controllo familiare hanno dimostrato una migliore capacità di risposta rispetto alle altre, registrando una perdita di valore del -13,8%per cento contro il -19,7 per cento.

Resistenza

«Questa resilienza, dal punto di vista della performance borsistica è molto importante — dice Lunghi —. La Borsa ha premiato chi ha gestito meglio la crisi nel breve periodo. Gestire al meglio un momento di disruption significa gestirlo a 360 gradi: con i clienti, i dipendenti, il territorio, gli stakeholder, la parte finanziaria. Tutti elementi che hanno una visibilità maggiore agli occhi degli investitori e che evidenziano la connessione fra ciò che sta accadendo, l’impatto sui modelli di business e sulla gestione delle relazioni all’interno delle filiere. Conta anche la proprietà forte che nel nostro linguaggio interpreto come una governance in grado di gestire sia l’ordinarietà che la straordinarietà».

Questi elementi, nota Lunghi, «si confermano driver molto importanti»

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