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Aziende all’estero attente al meteo A rischio 270 miliardi

Tra i rischi per le imprese italiane che esportano, uno è in crescita eclatante ed è stato finora sottovalutato: quello ambientale. La possibilità, in generale, che un Paese meta dell’export (e le aziende che lì investono) subisca dei danni per l’eccessivo rischio climatico e le sue componenti (alterazioni della temperatura, tempeste, dissesto idrogeologico) era valutata in media intorno al 27,5% nel 2019, con danni calcolati in circa 175 miliardi di dollari (già in aumento dai 131 miliardi del 2015). Se non s’interverrà con politiche specifiche, dal Next Generation Ue all’accordo di Parigi per il 2030, ma anche con il prossimo Cop26 a Glasgow, nel 2050 il rischio climatico potrà impennarsi con un carico di danni di circa 270 miliardi di dollari, un incremento del 54%. E non serve andare sull’Annapurna per essere travolti, in senso figurato, dallo scioglimento dei ghiacciai. Succede anche in Europa.

Il dato dei 270 miliardi, indicativo e per proiezione ipotetica, si calcola in base alla Mappa dei rischi 2021 di Sace, la società guidata dall’amministratore delegato Pierfrancesco Latini e presieduta da Roberto Errore, in corso di trasferimento da Cdp al Tesoro, che assicura i crediti delle aziende esportatrici. Lo studio, presentato nei giorni scorsi e alla quindicesima edizione, è stato condotto quest’anno in collaborazione con la Fondazione Enel e proprio per questo tratta tre nuovi argomenti, legati al piano Next Generation Ue: la sostenibilità, l’ambiente, il benessere. Per ogni Paese, è stato sviluppato un indicatore di rischio che riguarda il cambiamento climatico, e sono stati assegnati punteggi allo «scenario di benessere e al contesto della transizione energetica», dice il report. Ciò che ne esce chiarisce l’impatto delle variazioni climatiche sull’economia.

Le opzioni

Nel mondo ancora alle prese con il virus pandemico, Sace vede la situazione dei rischi peggiorare in gran parte dei Paesi considerati e stima una possibile «ripresa a V» dell’economia in funzione del completamento del piano vaccinale. Le variabili ambientali — che comprendono alluvioni, siccità, uragani — sono in questo quadro diventate dirimenti per indirizzare gli investimenti e l’export delle imprese. Si accompagnano ai parametri classici usati da Sace per la misurazione dei rischi, come l’aumento del debito — sovrano, delle banche, delle imprese: +60 mila miliardi di dollari negli ultimi quattro anni nel mondo, a 281 mila miliardi nel 2020, pari al 355% del Pil globale. L’altro allarme viene dall’acuirsi dei rischi politici, che coinvolge ora Paesi avanzati come gli Stati Uniti (peggiorati qui di 3 punti, a livello 19 in una scala del rischio da zero a 100).

Cio che diventa evidente è che il climate change riguarderà tutte le imprese: grandi, piccole, fornitori. E questo sta cambiando anche le politiche d’intervento di Sace, più prudenti e attente a questi valori, come lo sono del resto già le banche e le assicurazioni. «Se, per esempio, un imprenditore decidesse di investire per un resort su un atollo nelle Maldive, che per lo scompenso climatico potrà scomparire, Sace lo potrà difficilmente assicurare», dice Alessandro Terzulli, capo economista di Sace.

Tra i rischi climatici sono stati misurati quelli come inondazioni, siccità e ondate di calore, «determinati principalmente da alte temperature, fragilità idrogeologica e tempeste». Ma ecco in dettaglio, area per area, i risultati della Mappa. La base per il calcolo delle probabilità sono i dati storici raccolti fra il 1980 e il 2019, sugli eventi climatici e il danno economico causato. Le stime sono state elaborate a condizioni invariate, supponendo cioè che non intervengano politiche specifiche sull’ambiente. Se non si farà niente, insomma, il futuro è il seguente.

Le aree

L’indice di rischio climatico nei Paesi avanzati è previsto in crescita dal 27% attuale al 40% nel 2050 e al 42% nel 2100. Il traino al peggioramento è previsto venire dalla componente Temperature, il cui rischio quasi triplica in questa stima dal 23% al 52% nel 2050 e 64% nel 2100. Più contenuto il rischio Vento (le tempeste) atteso salire dal 37% al 38% nel 2050 (per poi calare al 34% nel 2100); in aumento ma relativo il rischio idrogeologico stimato salire dal 20% al 29% nel 2050 e assestarsi al 27% nel 2100.

L’Asia è prevista impennarsi con il rischio climatico dal 28% al 42% nel 2050 (45% nel 2100); l’America Latina dal 28% al 43% (48% nel 2100); l’Africa Subsahariana dal 28% al 43% nel 2050 (49% nel 2100); l’Europa emergente con la Russia dal 27% al 39% (44% nel 2100); il Medio Oriente Nord Africa dal 27% al 35% (40% nel 2100). Variazioni omogenee, come si nota. Preoccupante in particolare la situazione nel Medio Oriente e in Europa Orientale-Russia, aree dove le imprese italiane sono particolarmente presenti.

«Non è retorica — commenta Terzulli —. Si stava prendendo consapevolezza che questi rischi c’erano, ma sembrava sempre qualcosa di astratto, lontano da noi. Oggi il quadro di questi numeri dice che se non si riduce il divario tra il parlare e il fare la situazione è grave per tutti. I fatti devono ora seguire alle parole. L’uso del piano Next Generation Ue è la leva per mitigare il rischio, altrimenti la vita per le imprese diventerà più difficile».

Un’occasione per intervenire in fretta, nota Terzulli, è la Cop26 dall’1 al 12 novembre prossimi: «L’Italia, presidente di turno del G20, potrà giocare un ruolo incisivo». Volendolo, certo.

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