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«Axa è già una big, l’M&A non serve Sulle cedole torni la normalità»

Axa è grande, abbastanza grande da non aver bisogno dell’M&A. Ma vuole tornare a pagare la cedola e quindi auspica, per il 2021, che i regolatori europei scelgano una linea comune. Tanto più ora che l’Europa ha mostrato di essere qualcosa di più di una semplice Unione monetaria. Sono questi alcuni dei messaggi chiave lanciati da Thomas Buberl, ceo del gruppo assicurativo transalpino, che in questo colloquio con Il Sole 24 Ore ha anche fatto un primo bilancio su Solvency II: «Non va rivista completamente ma sono necessari degli aggiustamenti per consentire alle compagnie di fare la propria parte nelle due grandi sfide del futuro: la transizione energetica e un sistema pensionistico sostenibile.

Il Recovery Fund è il segnale che l’Europa può considerare finalmente se stessa una vera Unione?

Se guardiamo a come è stata affrontata la pandemia nel suo complesso nelle prime fasi ci sono state difficoltà a governare l’emergenza in maniera unitaria. In un secondo momento, invece, la risposta è stata molto forte e lo dimostra l’approvazione del Recovery Fund da 750 miliardi e l’individuazione di settori chiave su cui investire, a partire dalla transizione energetica per arrivare alle infrastrutture. Ora siamo in un’altra fase cruciale perché dobbiamo finalizzare questo maxi piano individuando una visione comune. Quello che più conta, però, è che questa emergenza ha prodotto un’Europa finalmente unita dal punto di vista politico e ciò sarà fondamentale soprattutto in vista delle grandi sfide geopolitiche globali. Innanzitutto, bisognerà mettersi al tavolo con il nuovo presidente americano per capire come rinsaldare l’asse tra Ue e Stati Uniti per controbilanciare la forza del Sud Est asiatico.

Tra i vari settori economici, quello assicurativo ha mostrato la maggiore resilienza. Axa come ha reagito alla pandemia e che effetti ha registrato sul business vita, già provato dal perdurare dei tassi bassi, e sul danni?

La priorità è stata quella di mettere subito al sicuro i nostri dipendenti e in proposito avevamo già investito molto sulla tecnologia, il che ci ha aiutato ad attivare il lavoro da remoto in tempi rapidi. Quindi ci siamo preoccupati di come potevamo continuare a “servire” al meglio i nostri clienti e ci siamo chiesti che cosa potevamo fare per la comunità. Questo ci ha portato a realizzare numerose iniziative di solidarietà in diversi paesi, cosa di cui vado molto fiero. Dal punto di vista del business abbiamo invece registrato effetti diversi. Nel danni, per esempio, nella linea dedicata alle imprese abbiamo dovuto fare i conti con le perdite legate alle polizze di business interruption mentre nel retail, come l’auto, la mobilità ridotta ci ha favorito perché i sinistri sono calati sensibilmente. Complessivamente l’impatto è stato di 1,5 miliardi. Detto questo, per il mondo assicurativo la vera sfida sarà la capacità di affrontare i bassi tassi d’interesse. È un problema oggi ma lo sarà anche in futuro. Axa, tuttavia, negli ultimi anni ha attuato una ricomposizione del portafoglio che l’ha resa immune ai rischi finanziari ed esposta quasi esclusivamente a quelli di carattere tecnico. In Italia, per esempio, abbiamo fatto molto in proposito. Senza contare la nostra posizione di leader sotto il profilo Esg e negli investimenti responsabili.

In questo scenario cosa si aspetta per il 2021?

Il 2021 sarà un anno sfidante dal punto di vista economico così come il 2020 lo è stato sul piano sanitario. Credo che nei prossimi mesi l’emergenza salute sarà meno stringente. Diversamente dovremo fare i conti con gli effetti economici della crisi pandemica, quest’anno arginati dall’intervento dello Stato sul fronte delle imprese e dell’occupazione. Ritengo che i settori impattati saranno diversi. Per questo in Axa vogliamo focalizzarci sui nostri principali business, a partire dalla protezione che ci viene sempre più richiesta sia da aziende che da singoli individui. Con la digitalizzazione legata alla pandemia, un nodo sarà il cyber risk e noi siamo pronti a dare il nostro contributo.

Axa non ha ancora pagato la seconda tranche del dividendo, lo farà? Il regolatore italiano, ha auspicato che nel 2021 ci sia equità di trattamento in Europa, cosa che non è avvenuta nel 2020.

Viviamo teoricamente tutti nell’Unione Europea tuttavia i regolatori locali si sono comportati in maniera difforme. Le assicurazioni sono società quotate e se non si paga la cedola, agli occhi degli investitori, cala l’attrattività della “value proposition”. In Germania e in Svizzera hanno concesso di pagare il dividendo, in Italia e Francia si è potuto distribuirne solo la metà. Ci auguriamo che dal 2021 si possa tornare a una situazione di normalità e che venga garantita dall’attuale sistema dei regolatori, che ritengo comunque ben strutturato, una parità di trattamento tra tutti i Paesi dell’Unione Europea. In ogni caso le regole per distribuire o meno il dividendo sono già ben definite da Solvency II e – in base ad esse – il gruppo Axa avrebbe potuto pagare l’intera cedola.

A proposito di Solvency, in Italia si discute spesso della necessità di rivedere le regole, è dello stesso avviso?

Sono un sostenitore di Solvency II, perché ci ha dato un contesto normativo chiaro che ci permette di prendere decisioni guardando al lungo termine. Però è altrettanto vero che qualsiasi regola di mercato venga adottata questa avrà qualche meccanismo che non funziona bene o che in prospettiva può essere migliorato. Non credo che Solvency II vada completamente rivista, ritengo ci si debba concentrare su due aspetti. Da un lato si deve osservare quello che non ha funzionato negli ultimi otto anni e intervenire e dall’altro, cosa ancor più rilevante, si deve prendere atto del fatto che l’Europa ha due grandi sfide davanti a sé: il cambiamento climatico e la necessità di garantire la tenuta del sistema pensionistico a fronte del graduale invecchiamento della popolazione e dei tassi bassi. In ragione di ciò Solvency dovrà garantire le condizioni tecniche necessarie affinchè le compagnie possano contribuire a questa transizione.

Il ceo di Generali, Philippe Donnet, nei giorni scorsi ha dichiarato che la pandemia ha creato nuove opportunità in termini di M&A, Axa potrebbe guardare a nuove acquisizioni?

La pandemia ha cambiato il contesto di mercato. Alcune compagnie hanno sofferto più di altre e quindi è chiaro che potremmo andare incontro a una fase di M&A. Axa, dal canto suo, è sempre stata molto chiara riguardo la sua strategia: oggi siamo un gruppo con radici molto forti in Europa dove siamo tra i primi tre colossi del settore, abbiamo la rete commerciale più grande del Vecchio Continente con presidi eccellenti in tutto il mondo, oltre a un posizione molto forte in Asia e nell’asset management. Noi siamo grandi, direi sufficientemente grandi a livello globale. Il tema dell’M&A per noi è quindi meno importante che per altri, tanto più perché i passi che dovevamo fare li abbiamo già compiuti in passato.

Recentemente avete deciso di procedere con un aumento di capitale per XL, società acquistata un paio d’anni fa negli Usa. Ha necessità di essere rilanciata?

La Solvency di Axa XL a fine settembre era sopra i minimi regolamentari richiesti. Tuttavia il business della compagnia è molto concentrato sulle polizze alle imprese e di conseguenza ha pagato più di altri gli effetti della pandemia e per questo abbiamo deliberato un aumento di capitale da circa 1 miliardo. Abbiamo preso questa decisione perché XL possa trarre vantaggio dalle possibili opportunità emergenti in un mercato dinamico e al contempo far fronte alle perdite. Ci siamo dunque mossi, non perché la società avesse problemi di liquidità, ma perché fosse adeguatamente capitalizzata. Questa decisione non ha alcun impatto sulla Solvency di gruppo, fa parte della normale gestione finanziaria.

In Italia invece quali programmi avete?

È un mercato strategico per Axa, abbiamo raggiunto una buona posizione ed è un motore di crescita per il gruppo in Europa. Negli ultimi anni – sotto la guida di Patrick Cohen – abbiamo riposizionato in modo ottimale l’azienda, che oggi è in grande forma, con un ottimo management e grande capacità di innovazione. Quando si parla di soddisfazione del cliente l’Italia è un benchmark molto alto e il nostro obiettivo è di crescere ulteriormente, focalizzandoci sempre su innovazione e cliente. E lo faremo nei business che ci sono più cari e quindi le pmi e la salute, in cui di recente abbiamo lanciato nuovi servizi innovativi e acquisito un primo centro diagnostico. Sono molto ottimista sull’Italia.

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