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Avvocati, workaholic per scelta

Avvocati dipendenti dal lavoro. O, come dicono gli inglesi, «workaholic». È questo il risultato di una ricerca della società di selezione Robert Walters su oltre 1.400 professionisti inglesi, che ha concluso che gli avvocati lavorano di più e sono più «fedeli» al datore di lavoro rispetto alle altre categorie professionali.

In media, infatti, un avvocato lavora 45,9 ore a settimana contro le 44,6 di media, con il 38% degli intervistati che dichiara di lavorare oltre 50 ore a settimana.

Un aumento del 38% rispetto all’anno precedente.

Come prevedibile tuttavia, l’ossessione degli avvocati per il loro lavoro non si limita al Regno Unito. Anche in Italia, i diversi avvocati sentiti da AffariLegali confessano una dipendenza da lavoro, in alcuni casi superiore a quella dei colleghi americani.

Florestano Funari, socio dello studio Panzarini e Soci conferma che, lavorando spesso con colleghi statunitensi, mediamente, l’orario di lavoro italiano è più esteso di quello statunitense. «Normalmente i colleghi d’Oltreoceano hanno ritmi e orari sostenuti nella prima fase della loro carriera, per poi ridurre l’orario di lavoro una volta divenuti partner. Frequentando negli anni scorsi gli uffici di alcune law firms negli Usa, ho infatti riscontrato che la giornata lavorativa degli avvocati inizia intorno alle 8,45 e termina verso le 18, mentre per buona parte del personale di segreteria l’orario di lavoro termina alle 17», spiega.

In Italia la realtà è varia, ma a Milano qualsiasi studio anche di media dimensione ha servizi di segreteria almeno fino alle 19 e una presenza in studio degli avvocati fino a circa le 20, a fronte di un inizio della giornata lavorativa che varia fra le 8.30 e le 9.

Maria Cleme Bartesaghi, managing partner di SFL Group di Genova, aggiunge che la sindrome da workaholic colpisce mediamente gli appartenenti a strutture professionali gestite con matrice aziendalistiche. «È facile contrarre il virus quando si è alle prese con la quadratura di time report che, dietro l’esigenza del controllo di redditività di una commessa, celano il controllo della redditività dei singoli professionisti: non sempre l’impegno nella seconda sfera determina l’incremento della prima, soprattutto in periodo di crisi.

Nasce quindi l’esigenza di moltiplicare gli sforzi per garantire quanto meno il raggiungimento dei target e il rispetto dei budget», confessa.

Inoltre, data la tradizionale attività quotidiana dell’ avvocato, che ordinariamente si svolge su diversi piani di intervento (processuale, redazione degli atti, studio, ricevimento della clientela), è inevitabile che il tempo dedicato sia particolarmente dilatato. Maria Laura Dalla Giustina, socio dello studio Commercialisti & Avvocati di Treviso commenta che la stessa attività processuale ha tempi lunghi, spesso non prevedibili. «Si pensi che la durata di una udienza, che ben potrebbe esaurirsi in qualche minuto, è regolarmente gravata da interminabili attese con conseguente ritardo su i successivi impegni del professionista».

Impegni che per lo più, per la cadenza di termini, non possono essere rinviati e quindi l’orario di lavoro inevitabilmente viene appesantito.

Gli orari di lavoro per ciascun avvocato dipendono poi da diverse varianti, quali la mole di lavoro, l’età del professionista, l’organizzazione della struttura in cui il professionista opera e non per ultimo la tipologia di clientela. Una buona organizzazione all’interno dello studio, ad esempio, permette al professionista di gestire senza particolare aggravio le urgenze, che inevitabilmente si inseriscono nel programma previsto per la giornata o per la settimana.

«In una realtà territoriale quale quella di provincia un avvocato che dispone di una discreto pacchetto clienti, in una fascia di età che va dai 40 ai 50 anni, difficilmente lavora meno di 9/10 ore al giorno. Purtroppo in alcuni studi si assiste ad una contrazione del lavoro, con conseguente riduzione dell’impegno lavorativo, o diversamente la crisi obbliga ad una contrazione dei costi, una riduzione del personale cui consegue un maggior impegno per l’avvocato» aggiunge Dalla Giustina.

Lucia Bressan dello Studio Bressan spiega che in una giornata tipica si lavora dalla mattina alle 9 fino alla sera alle 20. «Tempo dedicato alla professione che si distribuisce tra attività di studio e ricerca, udienze, incontri con i clienti e conference call, oltreché scambio di opinioni coi colleghi e collaboratori di studio, che spesso si estende alla pausa pranzo». Lavorando in ambito internazionale il carico aumenta. «Chi si occupa di affari e deal di portata transnazionale, si confronta quotidianamente con strumenti ed istituti tipici dei diversi ordinamenti giuridici di volta in volta coinvolti, nonché con interlocutori appartenenti a mercati sempre più evoluti. Ciò necessariamente implica un più ampio orario di ufficio che riduce i limiti legati alle differenze di fuso orario, ancor più evidente se si tratta di far parte ovvero coordinare il lavoro di corrispondenti esteri su progetti complessi che coinvolgono più discipline e più giurisdizioni», spiega Bressan.

Eugenio Bettella, socio dello studio Roedl & Partners, è ancora più categorico. «Non si fa l’avvocato, si è avvocato. Non è tanto il fatto di essere «workaholic» ma chi si espone, come un avvocato, ha la necessità di essere estremamente preparato, sia sulla materia di riferimento sia sulle pratiche dei propri clienti, pena risultare poco professionale e non riuscire più a svolgere i propri mandati con la necessaria diligenza.

E poi per fortuna l’avvocato in tutto quello che fa può scegliere: nessuno ci obbliga a lavorare senza orari, se lo facciamo, lo facciamo per la passione che sentiamo nei confronti della professione», osserva.

Infine, Alessandro Polettini, partner di Legalitax, ammette che chi si occupa di attività stragiudiziale e vuole fare questo mestiere non può avere degli orari di riferimento. Sono il cliente e le sue necessità a determinare l’impegno dell’avvocato. «Se il cliente ha un’urgenza e magari chiama da New York il sabato pomeriggio si deve essere comunque reperibili e operativi e si continua finché il lavoro non è finito».

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