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Avvocati, pubblicità nei limiti

È deontologicamente scorretto il comportamento dell’avvocato che si «pavoneggia» sulla stampa. La pubblicità professionale, infatti, non può essere né comparativa né autocelebrativa, ma esclusivamente di natura conoscitiva. Il professionista, in sostanza, può provvedere alla sola indicazione delle attività prevalenti o del proprio curriculum. È il principio che emerge dalla sentenza n. 163/2015 del Consiglio nazionale forense, pubblicata il 25 giugno scorso sul portale dedicato. Nel dettaglio, la colpa dell’avvocato in questione sarebbe quella di aver rilasciato un articolo-intervista per un periodico mensile dove viene enfatizzata più volte la sua capacità professionale utilizzando frasi dal contenuto autoelogiativo come: «la sua grande soddisfazione è quella di aver fondato uno studio che, oltre ad essere diventato un punto di riferimento per i suoi clienti, è una fucina di professionisti»; ancora, un secondo virgolettato attribuito all’avvocato in questione, e nel mirino dell’ordine, è: «io sono sempre in giro per il mondo, passo da un consiglio di amministrazione all’altro, da un collegio sindacale all’altro, mi muovo in continuazione, mi informo e mi documento su ogni cosa, sono curioso di tutto e tengo la mente in perenne ebollizione».

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