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Avvocati, porte chiuse alle società di capitali

Topolino o elefante? Difficile adesso capire cosa abbia partorito la montagna. Di certo c’è che la riforma forense, attesa dagli anni Trenta, è ormai a un passo. Approvata a larga maggioranza alla Camera qualche giorno fa, attende l’ultimo via libera al Senato. «Questo importante risultato è stato acquisito con il favore di tutta la Camera nell’interesse dei cittadini e della tutela della dignità della professione forense — dichiara il presidente del Consiglio nazionale forense Guido Alpa —. I giovani potranno avviarsi alla professione con maggiore fiducia nel futuro e più garanzie di qualità e competenza. A questo punto è necessario perfezionare questo importante impegno del Parlamento con il passaggio definitivo in Senato nel giro di poche settimane. La riforma, una volta approvata, costituirà una solida base per proseguire nel percorso di ammodernamento della professione».
Se al Senato non avverranno colpi di scena in grado di stravolgere il testo, non saranno pochi i cambiamenti apportati dalla riforma. Eccone alcuni tra i più importanti: è prevista la possibilità di costituire associazioni multidisciplinari mentre invece le società di capitali non potranno avere il socio esterno (per garantire l’autonomia della prestazione professionale). Viene ammessa la pubblicità informativa anche sul web purché trasparente,veritiera, non suggestiva né comparativa. La formazione continua sarà obbligatoria per tutti gli avvocati ma senza utilizzare il sistema dei crediti formativi
Reddito e tariffe
Arriva un doppio obbligo: quello dell’assicurazione per la responsabilità civile degli avvocati così come quello di iscrizione alla Cassa forense. Un po’ più complessa la questione dei compensi: scomparse le tariffe, la pattuizione del compenso tra cliente e avvocato è totalmente libera. L’avvocato ha l’obbligo di informare il cliente sulla complessità dell’incarico e sugli oneri ipotizzabili e dovrà fornirgli il preventivo, se il cliente lo richiede. I parametri previsti dal ministero della Giustizia si applicano in caso di disaccordo o controversia tra le parti.
Qualche turbolenza l’aveva scatenata il progetto iniziale della riforma forense che prevedeva la cancellazione dall’albo di chi non riuscisse a dimostrare il suo effettivo esercizio della professione con un reddito superiore a circa 6 mila euro annui. Anche nell’ultima versione della riforma l’esercizio della professione dovrà essere effettivo e continuativo come condizione per la permanenza nell’albo. Ma stavolta la prova dell’effettività dovrà prescindere dal reddito.
Pratica e proteste
Per quanto riguarda l’accesso alla professione, la pratica, di 18 mesi, potrà essere svolta presso due avvocati contemporaneamente e secondo altre modalità oltre il tirocinio in studio. Il praticantato prevede la frequenza di corsi di formazione specifici promossi dalle scuole forensi. Ai praticanti è dovuto il rimborso delle spese ed è previsto il compenso commisurato all’effettivo apporto professionale. Per l’esame di Stato, invece, sono previste tre prove scritte e una orale, senza codici commentati. Malgrado tutto però, non mancano le critiche, come quelle mosse dall’Associazione nazionale forense. «Questo testo non ha nulla che ricordi una riforma se non il titolo — attacca Ester Perifano, segretario generale dell’Anf — e non può che suscitare notevoli perplessità perché non risolve alcuno dei problemi effettivi degli avvocati, come ad esempio l’accesso, che viene appesantito dalla previsione di scuole forensi obbligatorie, oltre alla totale mancanza della riforma dell’esame di stato, i cui articoli sono stati stralciati. E’ una pseudoriforma, monca di parti essenziali , che punisce l’autonomia degli ordini a tutto vantaggio di un centralismo fuori moda da anni. Per tutti, tranne che per l’avvocatura».

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