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Avvocati mediatori di conflitti

Riaffermare il ruolo dell’avvocato quale mediatore e compositore di conflitti tra il cittadino e lo stato e tra i cittadini stessi. Promuovendo l’attività di prevenzione delle liti attraverso strumenti quali la negoziazione assistita e le camere arbitrali degli ordini forensi. Sviluppare nuovi modelli per permettere agli avvocati più giovani di accedere al mercato attraverso la qualificazione e la specializzazione.

Salvaguardare il segreto professionale e la trasparenza nell’eventuale introduzione del socio di capitale all’interno degli studi legali. Queste, in sostanza, alcune delle principali sfide che il rinnovato Consiglio nazionale forense si appresta ad affrontare, sotto la guida, per i prossimi quattro anni, di Andrea Mascherin.

Domanda. Presidente, quali sono le priorità del suo mandato?

Risposta. Per quanto riguarda la categoria, la priorità è riaffermare il ruolo dell’avvocato come mediatore tra cittadino e stato e di compositore di conflitti tra cittadino e stato e tra i cittadini stessi. Questo ruolo si sposa anche con l’esigenza, per l’avvocato, di affermare la funzione di tutela dei diritti dei più deboli nei confronti di tutti i poteri. Ma anche di svolgere quel ruolo di composizione delle liti che può essere decisivo nel limitare l’accesso alla fase del contenzioso civile. Insomma, dobbiamo impegnarci a promuovere l’attività di prevenzione dei conflitti, attraverso lo sviluppo di strumenti quali la negoziazione assistita e le camere arbitrali istituite presso gli ordini forensi. Fermo restando, chiaramente, che il cittadino deve avere la possibilità di andare dal giudice quando è necessario.

D. In che modo la categoria può uscire dal momento di crisi? In particolare i giovani avvocati?

R. Poniamo grande attenzione al momento di difficoltà economico che colpisce tutta l’avvocatura. Pensiamo sia importante lo sviluppo di modelli anche nuovi per permettere ai più giovani di accedere a un mercato qualificato, attraverso la qualificazione, la specializzazione e la professionalizzazione. Un mercato che non è in grado di accogliere i nuovi avvocati, infatti, si trasforma in una fiera delle illusioni. È necessario garantire a chi ha i meriti di andare avanti attraverso un percorso qualificante.

D. In questo senso, quale il ruolo del nuovo ordinamento forense?

R. Il nuovo ordinamento forense dovrà essere soggetto a periodici tagliandi e verifiche e ottimizzato in questa direzione. Creando quindi nuovi settori di occupazione per gli avvocati, con sistemi e modalità più moderne per lo svolgimento della professione. Sempre ancorati, però, alla funzione costituzionalmente rilevante tipica della nostra professione. I diritti, insomma, non sono merce. E l’indipendenza deve rimanere intonsa.

D. Si riferisce al ddl sulla concorrenza, e in particolare alle nuove società tra avvocati?

R. Non abbiamo pregiudizi aprioristici riguardo alle previsioni contenute nel ddl Concorrenza, ma è necessario affermare le peculiarità della nostra professione. Modelli che possono funzionare per altre attività, infatti, devono essere ritagliati su misura per gli avvocati. Nello specifico, non rifiutiamo le società di capitale, ma a nostro avviso bisogna porre grande attenzione al fatto che qualsiasi tipologia di nuova struttura non deve incidere nella maniera più assoluta sul segreto professionale. Ed è necessario porre grande attenzione alla trasparenza dei capitali. In sostanza, non abbiamo pregiudizi di sorta ma crediamo sia opportuno svolgere una analisi di impatto di questo tipo di modello e trarne le successive conclusioni.

D. Qual è il suo parere riguardo l’operato del governo, e in particolare del ministro della giustizia, e quali gli interventi che si aspetta nel settore giustizia?

R. Il metodo del ministro Andrea Orlando è promosso a pieni voti. Parlo della sua capacità di analisi e ascolto degli operatori del mondo giustizia. Promuovo anche il riconoscimento, da parte del Guardasigilli, della funzione dell’avvocato all’interno della giurisdizione. Per quanto riguarda, però, le singole riforme in materia di processo civile, ritengo che il dialogo debba essere maggiormente approfondito. L’esperienza dell’operatore del diritto, infatti, può essere utile e soprattutto non si può pensare di intervenire nella giustizia senza investire in mezzi, strutture e uomini. I soldi incassati dal ministero, infatti, devono essere investiti nel medio tempo in personale amministrativo, magistratura e mezzi strumentali. In questo modo si crea risparmio. In particolare, per quanto riguarda il processo civile telematico, ritengo vada monitorato con attenzione perché si stanno verificando alcune criticità che devono essere affrontate con serenità. Il rischio, altrimenti, è che il pct sia rigettato da una parte di magistrati, avvocati e personale. Il Cnf, in questo senso, sta svolgendo un grande lavoro con il ministero per uniformare le prassi nei vari tribunali, ma non demonizzerei neppure la creazione di un doppio binario per una certa tipologia di atti e attività.

D. Cosa ne pensa, infine, del recente fatto di cronaca che ha riguardato il Tribunale di Milano?

R. I fatti di Milano, e ciò che ne sta seguendo, ci chiedono di operare una scelta responsabile nel comunicare la nostra di identità, rifuggendo da ogni tentazione autoreferenziale. Dobbiamo dire a chiare lettere ai cittadini che noi avvocati non siamo e non vogliamo essere considerati eroi, e le vittime del nostro lavoro sono vittime come qualsiasi altra. Noi siamo lavoratori, e la grande maggioranza di noi cerca di svolgere i propri compiti con coscienza e scrupolo professionale, lontano dalla ribalta e dai facili guadagni. Anche noi, come tanti lavoratori, ci dibattiamo nella morsa della crisi economica e di valori che sta colpendo il nostro paese. Però siamo avvocati e il nostro compito, il nostro mestiere, è quello di custodi dei diritti e di guardiani di una democrazia che deve pensare prima ai deboli e poi ai forti e, se serve, contro i forti. Per questo il nostro mestiere è anche una funzione ed è anche una missione.

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