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Avvocati a lezione di anticorruzione

Se il Parlamento deciderà di introdurre il reato della corruzione tra privati – contenuto anche nell'emendamento che il ministro della Giustizia, Paola Severino, presenterà domani alla Camera – non si tratterà di una novità assoluta. L'Eni, infatti, già contempla quella fattispecie nel proprio codice etico e l'ha introdotta anche nel sistema anti-corruzione di cui si è dotata dal 2010, sistema che attinge alle esperienze internazionali di maggiore efficacia. Poter contare su specifiche procedure anti-mazzette significa, tra l'altro, predisporre regole aziendali per le aree a più alto rischio, svolgere una continua attività di formazione dei dipendenti anche a livello locale, sottoporre il tutto al monitoraggio di un'unità ad hoc.
«Avere un'unità anti-bribery – sottolinea Massimo Mantovani, responsabile dell'ufficio legale dell'Eni – rappresenta una grossa novità, quanto meno per l'Italia, e contribuisce a sviluppare all'interno dell'azienda una sensibilità e una cultura contro la corruzione».
L'attenzione di Eni nei confronti del fenomeno delle tangenti si acuisce nel 2010, quando una controllata estera della società (la Snamprogetti Netherlands) – partners del consorzio Tskj insieme a un'azienda statunitense, una francese e una giapponese – resta coinvolta nel sistema di tangenti pagate nel 2004 a pubblici ufficiali nigeriani per ottenere contratti di appalto. Da quel momento l'azienda energetica rafforza il modello di controllo «con un programma anti-corruzione che – aggiunge Mantovani – va ben oltre le normali regole di cui ci eravamo già dotati e che sono in linea con il modello previsto dal decreto legislativo 231 del 2001».
Anche per questo nel 2011 l'Eni è stata coinvolta dall'Iba (International bar association, la più grande organizzazione mondiale di professionisti del settore legale) nel progetto "Ac strategy", le strategie anti-corruzione rivolte agli avvocati approntate insieme all'Ocse e all'ufficio Onu che si occupa di droga e criminalità (Unodc). Nei corsi in cui vengono forniti ai professionisti gli elementi per identificare e affrontare i potenziali rischi di corruzione – l'ultimo appuntamento si è svolto a Roma a fine marzo – l'Eni ha il compito di illustrare la propria esperienza. «L'obiettivo dell'Iba – spiega Mantovani – è duplice. Da un lato sensibilizzare i legali sul rischio di poter essere coinvolti in condotte corruttive: a volte, soprattutto in Paesi di giurisdizione non particolarmente evoluta, gli avvocati hanno anche un ruolo quasi di intermediazione che va oltre la pura assistenza legale. Dall'altro, fare in modo che il professionista si renda conto di attività che possono essere a rischio di condotte corruttive e le sappia gestire. Sappia, cioè, a chi segnalare all'interno dell'impresa l'evento da verificare».
Il professionista può, inoltre, farsi portavoce di un'organizzazione aziendale contro le tangenti, necessità piuttosto sentita qui da noi. È vero, ci sono gli obblighi imposti dal "modello 231", che, se ben fatto, dovrebbe scongiurare anche il rischio-mazzette. Una maggiore sensibilità sul tema, soprattutto per le imprese che operano in un contesto internazionale, aiuta però l'opera di prevenzione.
Anche se, avverte Mantovani, non ci sono regole magiche: «il miglior modello di compliance mitiga il rischio, ma non può dare la certezza che qualcosa non accadrà. L'Eni opera in 80 Paesi e ha 80mila addetti: il dipendente in malafede, dunque, ti può capitare». Precisazione appropriata soprattutto in questi giorni, visto che l'Eni, insieme ad altre aziende come la Total, è sotto la lente della Sec (Securities and exchange commission, la Consob americana) per presunti pagamenti illeciti a funzionari libici del vecchio regime di Gheddafi.

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