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Avviamento a schema libero

di Alessandro Felicioni 

Mano libera all'Agenzia delle entrate nell'accertamento del valore di avviamento in caso di cessione di azienda. Potranno essere utilizzati tutti i metodi ritenuti leciti per la rettifica del valore di avviamento ai fini dell'imposta di registro, non dovendo l'ufficio ritenersi legato alla metodologia prevista per legge ai fini dell'accertamento con adesione.

Unica condizione che vengano allegati all'atto tutti gli elementi indiziari che hanno spinto a utilizzare metodi alternativi in luogo di quello canonico.

È la Corte di cassazione, con l'ordinanza n. 4931 del 27 marzo 2012, ad apporre un altro tassello al mosaico dell'accertamento in caso di cessione d'azienda, rendendo l'operazione sempre più sconsigliata date le implicazioni fiscali che la stessa porta con sé.

Nel caso di specie, in assenza dell'indicazione del valore di avviamento di una azienda compravenduta, l'ufficio ha proceduto ad effettuare il controllo della congruità dei valori relativi ai beni del complesso aziendale ai fini dell'imposta di registro. Lo ha fatto, però, determinato il valore dell'avviamento ai sensi dell'articolo 51, comma 4, dpr 131/1986 secondo cui, per gli atti che hanno per oggetto aziende o diritti reali su di esse, il valore dichiarato è controllato dall'ufficio con riferimento al valore complessivo dei beni che compongono l'azienda, compreso l'avviamento, al netto delle passività risultanti dalle scritture contabili obbligatorie o da atti aventi data certa a norma del codice civile, escluse quelle che l'alienante si sia espressamente impegnato a estinguere, utilizzando come parametro di raffronto il bilancio d'esercizio e lo stato patrimoniale della società cedente relativo all'anno precedente la cessione e seguendo il metodo reddituale della proiezione dei risultati storici. Metodologia questa non ortodossa visto che per le società, sono fissati appositi criteri previsti dall'articolo 2, comma 4, del dpr 460/1996; si dice in tale disposizione, che per le aziende e per i diritti reali su di esse, il valore di avviamento è determinato sulla base degli elementi desunti dagli studi di settore o, in difetto, sulla base della percentuale di redditività applicata alla media dei ricavi accertati o, in mancanza, dichiarati ai fini delle imposte sui redditi negli ultimi tre periodi d'imposta anteriori a quello in cui è intervenuto il trasferimento, moltiplicata per tre.

In sede di primo e secondo grado l'Agenzia delle entrate è risultata soccombente nel presupposto che l'ufficio, non avendo applicato l'unico criterio normativamente previsto, si era messo nell'impossibilità di assolvere legalmente al proprio onere probatorio.

I giudici di legittimità, invece, hanno sottolineato che «_ in relazione alla determinazione del valore di avviamento del bene ceduto,_ i criteri fissati_ dal dpr n. 460 del 1996, art. 2, hanno la funzione di fornire indicazioni minime cui l'Amministrazione finanziaria deve attenersi nella procedura transattiva che conduce ad un accertamento con adesione_». Di conseguenza, poiché a questi criteri può essere attribuito un rilievo indiziario, «l'Amministrazione non è tenuta a spiegare i motivi per cui ritiene incongrui nella specie i criteri in questione, ma deve solo fornire gli elementi indiziari sufficienti a giustificare il suo assunto».

Il problema dell'avviamento è che, a differenza di qualsiasi altro asset aziendale, lo stesso incorpora un valore dell'azienda identificabile con l'attitudine a produrre maggior profitto, e risulta da una molteplicità di elementi oggettivi esterni e soggettivi, difficilmente quantificabili. Fiscalmente, quindi, la norma di riferimento è l'articolo 51, dpr 131/1986, che impone all'ufficio di considerare il valore di mercato dei beni facenti parte del compendio aziendale (compreso l'avviamento) e di procedere a un giudizio di congruità di quanto dichiarato dalle parti, rettificandolo se risulta inferiore al valore venale dei beni sul mercato, e utilizzando come parametro di confronto anche le scritture contabili dell'azienda ceduta. L'altra norma, l'articolo 2 del dpr 460/96, serve solo all'ufficio in sede di accertamento con adesione ed indica il valore minimo che costituisce limite inferiore a qualsiasi proposta accettabile in adesione.

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