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Avanti sul «fisco lussemburghese» Piano a tre punte, Juncker all’angolo

Sulla politica di bilancio, sulla filosofia del rigore, i tre non vanno tanto d’accordo. Sono certamente più in sintonia sulla strategia generale, ovvero sulla necessità di rilanciare la crescita dell’economia in questa fase. Sulla politica fiscale, però, i ministri dell’Economia Pier Carlo Padoan, Wolfgang Schäuble e Michel Sapin, o forse meglio, i governi di Roma, Berlino e Parigi, fanno fronte comune. E avanzano in Europa come un carrarmato.
Dopo aver dato vita non più di un mese fa al maxi accordo sullo scambio automatico di informazioni firmato da 51 Paesi, originato appena un anno prima dall’intesa tra i tre Paesi, più Gran Bretagna e Spagna, oggi ci riprovano, e alzano il tiro, anche a livello politico.
La richiesta di una direttiva per evitare che le imprese sfuggano alla tassazione, facendo «shopping» in Europa tra i sistemi fiscali più favorevoli, con una pianificazione aggressiva, non ha solo l’intenzione di chiudere buchi normativi, e conseguenti ammanchi di bilancio. È anche un preciso segnale alla nuova Commissione, guidata dall’ex premier del Lussemburgo, Jean Claude Juncker, finito sulla graticola proprio per la messe di accordi fiscali estremamente favorevoli concessi dal Granducato alle multinazionali. Al Lussemburgo, ma anche a Paesi come Olanda e Irlanda, criticati per i regimi fiscali molto generosi concessi alle multinazionali (vedi il caso Fiat, che ha «sdoppiato» la sua sede proprio in questi due Paesi) o ai giganti del web, come Amazon.
Nel semestre di presidenza italiana i progressi in campo fiscale sono stati importanti. Oltre all’accordo sullo scambio di informazioni, potrebbe arrivare anche l’intesa sulla tassazione dei profitti distribuiti, nell’ambito dei gruppi, tra controllate e controllanti. Ma tra quelle di Sapin e Schäuble, la firma di Padoan sulla lettera di ieri non rappresenta solo quella del presidente del Consiglio Ecofin. È anche e soprattutto il pressing di un Paese che vive sulla propria pelle il peso di una concorrenza fiscale ai limiti della legalità da parte di Paesi spesso piccoli, ma pronti a fare la voce grossa sulla strategia economica. Benché abbiano molto da farsi perdonare. La miglior difesa è l’attacco.

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