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Avanti piano sulla web tax Dal G7 stop a Libra: troppi rischi

Avanti sulla web tax, ma a passo lentissmo. Idem sulla minimum tax globale sui redditi delle imprese. Il G7 delle Finanze si è chiuso ieri a Chantilly senza andare oltre l’”accordo di trovare un accordo” in ambito Ocse, dove il negoziato (che coinvolge 129 Paesi) si trascina da tempo. Su Libra, la criptovaluta di Facebook, i Sette Grandi hanno confermato profondo scetticismo, fino a raccomandare un stop al progetto fino a quando non saranno affrontati i profili di rischio.

Nonostante il ministro francese e padrone di casa, Bruno Le Maire, abbia cercato di presentare il vertice come un grande passo avanti sulla web tax, le resistenze di Washington rimangono forti. L’intesa menzionata nel comunicato finale, steso dalla presidenza francese, si pone sui binari del negoziato già aperto e che si vorrebbe concludere entro il 2020. Se per Le Maire, a Chantilly «la prima volta» gli Stati del G7 «si mettono d’accordo su questo principio», per il segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin, gli Usa hanno «grossi problemi» con l’approccio francese: «Sono stati fatti progressi, ma c’è ancora molta strada da percorrere».

Mnuchin è tornato a ribadire l’irrirtazione di Washington per lo strappo di Parigi, che la settimana scorsa ha approvato un’imposta del 3% sui ricavi di gruppi come Google, Amazon, Facebook e Apple (ma anche Alibaba, Airbnb, Booking, Zalando, Ebay, Twitter), con giro d’affari per più di 750 milioni di euro in totale e più di 25 milioni in Francia. Entrerà in vigore dal 1° gennaio.

Gli Stati Uniti hanno già aperto un’indagine per stabilire se la web tax francese danneggi discrimini e danneggi gli Usa. E lo hanno fatto sulla base delle stesse norme (section 301 del Trade Act del 1974) utilizzate per imporre dazi alla Cina. Parigi ha riposto che la sua tassa resterà in vigore finché non sarà sostituita da un accordo internazionale: sbloccare il negoziato è del resto il vero obiettivo della mossa francese (l’ipotesi è allo studio anche in Spagna, Regno Unito, Austria e Italia). Lo scontro sulla web tax potrebbe così aggiungersi a quello tra Usa e Ue sul fronte commerciale.

Poco si è mosso anche sull’altra priorità della presidenza francese, una tassa minima globale sulle società. Il comunicato cita come modello la norma anti-elusione introdotta negli Usa con la riforma fiscale del 2017, il Global intangible low-taxed income (Gilti), che sottopone gli asset immateriali all’estero a un’imposta compresa tra il 10,5 e il 13,125%, per scoraggiare le imprese a spostare gli utili fuori dagli Usa. Il riferimento potrebbe aiutare a rassicurare Washington. «Stiamo cominciando a sviluppare una cornice, ma non deve essere indirizzata contro le imprese digitali americane», ha sottolineato ieri Mnuchin.

L’Ocse dovrebbe definire il nuovo regime entro l’anno, perché sia possibile raggiungere un accordo nel 2020. Gli Usa preferiscono un approccio ampio, che investa le norme fiscali internazionali nel loro complesso. L’Europa ha nel mirino i gruppi digitali.

Che preoccupano tanto più, quanto più ampio diventa il loro raggio d’azione. Si arriva così a Libra: il G7 avvisa che la criptovaluta di Facebook non deve partire finché non saranno risolte le «gravi perplessità» che suscita e finché non rispetterà «i più alti standard» di regolamentazione finanziaria, per prevenire i pericoli di riciclaggio, finanziamento del terrorismo e destabilizzazione del sistema bancario e finanziario.

Il rapporto preliminare presentato ieri dalla task force guidata da Benoit Coeuré, membro del board della Bce, ha sottolineato i rischi legati alle criptovalute, ma anche i vantaggi: le monete digitali possono aumentare l’inclusione finanziaria delle persone più povere, abbattere i costi delle transazioni e delle rimesse dei lavoratori emigrati.

Gianluca Di Donfrancesco

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