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Autotutela, equilibrio precario

Il contribuente deve conoscere le regole del gioco per agire in autotutela contro l’Ufficio che ha emesso un provvedimento errato. L’ufficio da parte sua ha il potere-dovere di fare ma anche di disfare, e magari rifare se è incappato in un proprio errore.

Il diritto di difesa del contribuente e il divieto di doppia imposizione in dipendenza dello stesso presupposto sono principi cardine che l’Agenzia e i giudici di merito devono tenere ben a mente. È quanto emerge dall’ordinanza emessa dei giudici di legittimità n. 6329 del 13 marzo 2013: l’esercizio di autotutela tributaria «non può tradursi nell’elusione o nella violazione del giudicato eventualmente formatosi sull’atto viziato, e dev’essere preceduto dall’annullamento di quest’ultimo, a tutela del diritto di difesa del contribuente e in ossequio al divieto di doppia imposizione in dipendenza dello stesso presupposto».

Le regole per utilizzare l’autotutela si intrecciano con i mezzi di impugnazione a disposizione del contribuente e tutte le possibili iniziative che può prendere l’Agenzia.

In breve, l’autotutela è un provvedimento che serve a rimediare gli errori del fisco. Qualsiasi atto infondato o illegittimo deve essere annullato senza limiti di tempo.

L’Ufficio ha il dovere-potere di sopprimere in tutto o in parte l’avviso se la pretesa risulta essere infondata; ciò al fine di ristabilire un corretto rapporto tra amministrazione finanziaria e contribuente.

Il potere di autotutela non viene meno se la controversia è pendente davanti al giudice di merito, neanche se è intervenuta una pronuncia dello stesso giudice che ha respinto il ricorso per motivi formali, né infine se l’atto è divenuto definitivo per mancata impugnazione entro i limiti da parte del contribuente.

Unico ostacolo lo trova se vi è una sentenza passata in giudicato a favore dell’Ufficio. In altri termini il potere di autotutela viene meno in caso vi è una sentenza ormai non più impugnabile con i mezzi ordinari la quale si è pronunciata esclusivamente su problematiche di rito. Il Fisco, nel rispetto dei principi di imparzialità, correttezza e buona fede, deve evitare di emanare atti al solo fine di attrarre materia imponibile nelle casse erariali basandosi su presupposti spesso illegittimi e infondati. Così come, una volta appurato l’errore commesso, senza esitare deve procedere ad annullare l’atto inficiato, senza attendere l’istanza del contribuente.

Questo è il senso delle parole usate dai giudici di legittimità nella sentenza n. 6283 del 20 aprile 2012 affermando che «l’obbligo per la p.a. di agire nel rispetto delle regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione impone il riconoscimento in tempi ragionevoli del diritto del contribuente, anche quando, come rilevato dal tribunale, non sia previsto uno specifico termine per l’adempimento».

Secondo i giudici «il contribuente ha diritto al risarcimento del danno solo se riesce a dimostrare l’effettivo pregiudizio che è derivato dal ritardo dell’azione amministrativa». Si rileva quindi la responsabilità del funzionario che sussiste però solo se ricorre il rapporto organico, il danno erariale e il nesso tra comportamento e danno, nonché il dolo o la colpa del funzionario (giurisdizione Corte dei conti).

La recente giurisprudenza in materia di autotutela. La Corte è intervenuta sul tema dell’autotutela con l’ordinanza n. 6329 del 13 marzo 2013, sopra citata, a specificare l’illegittimità del nuovo avviso di accertamento, sostitutivo di quello annullato dalla Ctp alla luce dei principi affermati dalla Corte di cassazione con la sentenza 22 febbraio 2002, n. 2531, secondo cui «il potere di autotutela tributaria ha come autonomo presupposto temporale uno dei due seguenti fatti: la mancata formazione di un giudicato o la mancata scadenza del termine decadenziale fissato per l’accertamento»; nonché, della sentenza 20 novembre 2006, n. 24620 secondo cui «l’esercizio di tale potere (di autotutela tributaria) (_) può aver luogo soltanto (…) entro il termine previsto per il compimento dell’atto, non può tradursi nell’elusione o nella violazione del giudicato eventualmente formatosi sull’atto viziato, e dev’essere preceduto dall’annullamento di quest’ultimo, a tutela del diritto di difesa del contribuente ed in ossequio al divieto di doppia imposizione in dipendenza dello stesso presupposto».

Ci aveva già pensato la Cassazione con l’ordinanza n. 1643 del 24 gennaio 2013 a stabilire che «a seguito dell’annullamento di un provvedimento impositivo per autotutela da parte dell’amministrazione, questo cessa immediatamente di avere efficacia ai fini della imposizione tributaria, anche se lo stesso sia stato impugnato dal contribuente e sia pendente il relativo giudizio, in quanto le questioni che non vengono implicitamente definite con l’annullamento e rimangono in contestazione, quali il regime delle spese, hanno una autonoma fonte regolatrice (per il regime delle spese il dlgs n. 546 del 1992, art. 46, u.c. come modificato dall’intervento del giudice delle leggi con sent. n. 274 del 2005) dal tutto svincolata dall’atto non più esistente, per cui non vi è alcuna interferenza tra il procedimento relativo, tuttora pendente, ed il nuovo atto impositivo che l’Amministrazione ritenga di emettere in sostituzione del precedente».

Viene da pensare che il contribuente, ancora una volta, è il soggetto debole che deve subire i ripensamenti dell’agenzia la quale può annullare in autotutela un avviso per poi riproporlo uguale, di nuovo.

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