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Autotrasporto, stop ai costi minimi

«La determinazione di costi minimi d’esercizio resi obbligatori da una norma nazionale che impedisce alle imprese di fissare tariffe inferiori, equivale alla determinazione orizzontale di tariffe minime imposte». È tranchant il giudizio della corte di Giustizia Ue sui costi minimi nell’autotrasporto. Rispondendo in via pregiudiziale al Tar del Lazio, depositario di una pletora di ricorsi presentati dal gotha della committenza (tra cui Confindustria, Confetra, Assologistica e aziende dei settori chimico e petrolifero) i giudici europei puntano il dito contro la natura anti-concorrenziale dei costi minimi.
La sentenza sulle cause riunite (da C–184/13 a C–187/13, C–194/13, C–195/13 e C–208/13) rappresenta un faro importante per il settore del trasporto merci su strada, che da anni insegue una bussola giuridica. Ripristinati nel 2011 dal Governo come frutto di accordi di settore conclusi tra le associazioni di categoria (accordi mai nati, in realtà, tanto che l’elaborazione definitiva dei valori è stata demandata nel 2012 all’Osservatorio sull’autotrasporto), i costi minimi sono sempre stati oggetto di un durissimo braccio di ferro tra la committenza (impegnata a contestarne lo spirito anti-concorrenziale e anti–economico) e i vettori, risoluti nell’enfatizzarne il valore sotto il profilo della sicurezza stradale, come d’altronde sancito dallo stesso articolo di legge che li introduce (83–bis, comma 4, del decreto legge n. 112/2008).
Contro la natura anti-concorrenziale dei costi minimi si è più volte schierata anche l’Antitrust, che che nel 2012 è arrivata a chiederne la disaplicazione al Governo, senza ottenere alcun risultato.
Nella sentenza la Corte ricorda che, nonostante le norme del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea sugli accordi vietati tra imprese non siano vincolanti per gli Stati membri, questi ultimi sono sottoposti al dovere di collaborazione con l’Unione. Pertanto, la previsione di accordi committenza-vettori su costi minimi si configura come una violazione di tali norme.
La Corte constata inoltre che l’Osservatorio sull’autotrasporto preposto alla fissazione dei costi (nel frattempo soppresso e sostituito nelle sue funzioni dal Ministero) deve essere considerato un’associazione d’imprese direttamente soggetto alle regole della concorrenza, poichè composto dai rappresentanti delle associazioni di categoria e abilitato ad agire nell’interesse esclusivo della categoria.
Nessuna apertura neanche sotto il profilo della sicurezza: «Anche se non si può negare che la tutela della sicurezza stradale possa costituire un obiettivo legittimo, la determinazione dei costi minimi d’esercizio non risulta idonea nè direttamente, nè indirettamente a garantirne il conseguimento», tuonano i giudici.
Una tesi più volte argomentata anche da Confindustria, secondo cui «la sicurezza stradale va perseguita con misure appropriate, ma più efficaci e non restrittive della concorrenza, come quelle sui tempi di guida e di riposo e quelle relative al controllo tecnico degli autoveicoli». Per viale dell’Astronomia «la pronuncia della Corte consentirà al mercato dell’autotrasporto di definire liberamente i prezzi dei servizi». Gli industriali si dicono infine «disponibili a dialogare con le associazioni e con il Governo per modificare le norme nazionali coerentemente con la disciplina comunitaria e per formulare proposte di politica industriale volte al rilancio del settore».
Entusiasta anche Nereo Marcucci, presidente Confetra, la Confederazione dei trasporti e della logistica, che ha presentato uno dei ricorsi pendenti al Tar: «In tema di concorrenza non ci possono essere alternative al mercato».
Più mite il giudizio di Thomas Baumgartner, presidente di Anita, l’Associazione nazionale delle imprese di autotrasporto e logistica aderente a Confindustria: «La sentenza apre un nuovo capitolo nei rapporti commerciali, ma non risolve i problemi che avevano dato origine ai costi minimi» .
Paolo Uggè, (Fai-Conftrasporto) e rappresentante dei padroncini, infine, minimizza: «La bocciatura riguarda solo gli accordi tra le parti, che in realtà non sono mai decollati. Adesso la palla torna al Tar».

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