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Autostrade, vertice del governo. Nuovo ultimatum ad Atlantia

Il destino di Autostrade è diventato una partita a scacchi in cui il primo che sbaglia mossa perde quasi tutto. Il governo rischia di perdere la faccia. Politicamente non vuole concedere l’onore delle armi ad Atlantia. E ha deciso di concedere ancora dieci giorni alla holding dei Benetton per vendere la società a Cassa Depositi altrimenti procederà alla revoca della concessione. Il Consiglio dei ministri ieri in serata ha partorito una lettera indirizzata ai vertici delle due società con cui si ribattono alla controparte tutte le accuse di non voler chiudere l’accordo. L’esecutivo d’altronde sa che solo un euro destinato a coloro i quali vengono reputati i responsabili del crollo Morandi presterebbe il fianco alle critiche di una parte dell’opinione pubblica che ha individuato nella famiglia Benetton il capro espiatorio. I vertici della holding invece non vogliono perdere il poco che è rimasto e hanno ingaggiato una battaglia giuridica senza quartiere per dimostrare che si sta configurando un esproprio ai danni di soci privati che nulla ha a che fare con le leggi di mercato.

L’articolo 10

Il nodo sta tutto nell’articolo 10 della lettera con cui il ministero dei Trasporti il 2 settembre ha subordinato alla firma dell’atto transattivo — che chiuderebbe ogni contenzioso — al passaggio di Autostrade da Atlantia a Cassa Depositi. Senza questo riassetto societario Autostrade non può vedersi approvato il nuovo atto aggiuntivo che chiarisce il quadro regolatorio tra lo Stato e la concessionaria e il nuovo piano economico-finanziario che stabilisce l’ammontare dei flussi di cassa agganciati alle tariffe da qui ai prossimi anni. Senza la firma di questi due documenti i soci di Autostrade non sanno quanto vale la società. Qui si sono arenati i negoziati con Cassa Depositi, perché nessuna delle due parti ha messo sul tavolo il punto di equilibrio che bisognava trovare.

Quanto vale Aspi

Qual è il giusto prezzo con cui lo Stato (e i soci di suo gradimento) può comprarsi l’88% di Autostrade? Con la chiusura del Pef e con la firma dell’atto aggiuntivo si chiarirebbe quanto vale la società. Perché sarebbe chiaro anche il perimetro in cui può muoversi e il rischio d’impresa che si accolla. Si capirebbe che cosa significa «grave inadempimento» — come può essere il crollo di un ponte — con cui si può risolvere il contratto tra le due parti. L’attuale Convenzione lascia margini discrezionali e bisognerà attendere la sentenza della magistratura per chiarire che cosa è successo a Genova quel 14 luglio del 2018 e l’ammontare dei risarcimenti danni.

Il gestore nel limbo

Così Autostrade è rimasta nel limbo da due anni. A conti fatti vale zero se il governo non firma quei documenti. Ma può valere 11 miliardi se li firma prima che si completi il riassetto societario consentendo anche ai Benetton di monetizzare l’uscita dal capitale e costringendo Cassa Depositi ad un esborso che evidentemente non ritiene equo. Ecco perché il governo sembra sempre sul punto di voler revocare la concessione o di commissariare la società per motivi di urgenza tuttavia difficili da dimostrare. Sono armi di deterrenza per convincere la controparte a cedere. Ma così si esporrebbe al rischio di un contenzioso in cui non sono chiari i contorni.

Il vertice

Ieri sera il premier ne ha discusso con tutti i ministri mettendo sul tavolo la lettera di risposta di Atlantia. Fonti raccontano che il governo sta studiando tecnicamente come risolvere la concessione. Ma gli interrogativi sono tanti. In primis erariali, con un indennizzo per i soci di Aspi che oscilla tra i 7 miliardi e i 23 se a spuntarla fosse Atlantia davanti ai giudici amministrativi. In secondo operativi. Anas che dovrebbe subentrare nella gestione — secondo quanto disciplina il Milleproroghe — non viene ritenuta in grado di assolvere il compito. La linea giuridica è impostata da Roberto Chieppa, segretario generale di Palazzo Chigi. Supportato da Alberto Stancanelli, capo di gabinetto ai Trasporti e consigliere della Corte dei Conti e Luigi Carbone al Tesoro. Cercano un punto di equilibrio. Lo stesso che auspica Atlantia, che chiede al premier di evitare un «default sistemico su scala europea» di cui gli obbligazionisti pagherebbero il conto.

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