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Autostrade, l’intesa (a rischio) con Cdp

 

Il testo dell’accordo con il governo del 14 luglio scorso per l’uscita di Atlantia da Autostrade per l’Italia contiene alcuni riferimenti che iniziano ad emergere solo in questi giorni. Si parla dell’obiettivo di «assicurare la necessaria trasparenza, attraverso un’operazione di mercato, a garanzia di tutti gli stakeholder di Atlantia e di Aspi». Si indica l’obiettivo di creare una società «ad azionariato diffuso». Si precisa: «Resta naturalmente inteso che il nuovo socio di controllo di Aspi sostituirà Atlantia nelle garanzie ad oggi prestate sul debito di Aspi». Soprattutto, si aggiunge: «Atlantia si rende disponibile a valutare proposte di acquisto da parte di Cassa depositi e prestiti e/o di investitori istituzionali di gradimento di Cdp dell’intera partecipazione detenuta in Aspi a valori di mercato determinati successivamente alla definizione concordata del procedimento di presunto grave inadempimento (per il crollo del ponte Morandi nel 2018, ndr)».

L’intesa fra Atlantia e il governo non vincola dunque il gruppo veneto a cedere Aspi solo a Cdp; inoltre separa la questione della transazione con pagamento a carico dell’azienda controllata dalla famiglia Benetton alla cessione di Aspi: non subordina il ritiro della procedura di revoca della concessione autostradale al fatto che i Benetton accettino di vendere Aspi solo e soltanto a Cdp.

Questi punti sono tutti tornati in discussione nelle ultime settimane, con l’evolvere della posizione del governo. Ma quali che siano gli errori evidenti di Aspi nella vicenda del ponte Morandi, la trattativa sta diventando anche un test del rapporto fra governo e imprese in Italia, del valore del diritto europeo a tutela del mercato nel Paese e della determinazione — non ancora dimostrata in questo caso — della Commissione Ue nel farlo rispettare. Il nodo è quello di conciliare la tutela degli azionisti, anche i più piccoli, di una società quotata con l’interesse pubblico che persegue il governo che ritiene ineludibile l’uscita dai Benetton dal capitale di Autostrade. Resta una domanda: il cambio di controllo del gestore immaginato nella notte del 14 luglio deve avvenire o meno a condizioni di mercato?

Oggi il consiglio di amministrazione di Atlantia approverà la scissione della controllata in una newco in cui confluirà l’intera quota di sua pertinenza (l’88%) per la successiva quotazione. O, in alternativa, per essere venduta ad investitori interessati senza passare dalla Borsa. Il governo vuole che il cambio di controllo avvenga invece tramite un aumento di capitale riservato a Cassa Depositi e alla vendita diretta di una quota del 22% ad investitori graditi. Nelle pieghe dell’accordo però veniva esplicitato che l’operazione doveva passare attraverso il via libera dei consigli di amministrazione di Atlantia e di Aspi e dell’assemblea dei soci. Il 70% di Atlantia è in mano a fondi istituzionali che pretendono che il cambio di compagine avvenga ad una congrua valutazione della società. Da qui l’impasse. Perché il ministero dei Trasporti ha legato all’atto transattivo con il gestore — che chiuderebbe la procedura di revoca — il passaggio di Autostrade sotto il cappello di Cassa Depositi. Atlantia non ci sta e ha mandato di recente una lettera alla Commissione Ue in cui ritiene calpestati i propri diritti. Resta pendente anche la questione manleva. Atlantia non vuole sollevare Cdp dalle responsabilità civilistiche che ne deriverebbero dal processo sul ponte di Genova. La holding dei Benetton rileva invece che nel riconoscere 3,4 miliardi di indennizzi il valore della manleva sia stato già determinato. Cdp ribatte che nessun investitore può entrare in una società con un rischio così alto.

Due giorni fa si è tenuto un vertice a Palazzo Chigi con il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri, la collega ai Trasporti Paola De Micheli e il premier Conte. Sul tavolo è tornata l’ipotesi della revoca della concessione. Si è dunque ancora al punto zero.

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