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Autostrade, doppia fumata nera al tavolo tra Atlantia e Cassa

Il vertice tenuto in mattinata con le prime linee schierate, tra cui il ceo di Atlantia Carlo Bertazzo e il numero uno di Cdp, Fabrizio Palermo in collegamento, così come quello organizzato in serata, non ha sortito l’effetto sperato. E così oggi, nel pomeriggio, si terrà una nuova riunione. E non potrebbe essere altrimenti perché sul dossier Autostrade per l’Italia, la holding e Cassa, pur mantenendo un confronto serrato per tentare di individuare un accordo condiviso, paiono ancora distanti. Il gap da colmare, nonostante il doppio summit, sarebbe rimasto ampio. Entrambi i fronti sembrano essere al momento orientati a mantenere la posizione: per la holding vale la nuova delibera assunta dal cda, per Cassa vale il vecchio schema. Trovare un compromesso è l’esercizio attorno al quale si stanno applicando i tecnici e che ieri in tarda serata era ancora in corso.

Durante la prima riunione Atlantia, che fa capo ai Benetton, ha presentato due nuovi possibili percorsi. In particolare, come è noto, il board della compagnia infrastrutturale ha stabilito di procedere alla valorizzazione della concessionaria in due modi differenti: o attraverso la vendita tout court al miglior offerente dell’88% di Autostrade (tramite una gara internazionale) oppure con la scissione proporzionale e il conseguente approdo a Piazza Affari dell’asset. Ma come far rientrare Cassa all’interno del processo. In proposito Atlantia ha definito due opzioni. Nel caso si proceda con la gara internazionale, si potrebbe ipotizzare che una parte del pacchetto, poco sopra il 50%, venga messa “all’asta” mentre la parte restante, circa un 33%, potrebbe essere ceduta a Cdp attraverso una trattativa riservata (possibile che questa cessione diventi in realtà una diluzione?). Diversamente, in caso di scissione proporzionale, Edizione, ossia la holding dei Benetton che controlla Atlantia con il 30% del capitale, potrebbe cedere la quota rinveniente dall’operazione direttamente a Cassa. A riguardo, la cassaforte di Ponzano Veneto ha fornito ampie rassicurazioni. La società ha infatti comunicato che «la quota in Autostrade per l’Italia attribuibile a Edizione dopo l’eventuale scissione non sarà considerata strategica e quindi verrà posta in vendita a condizioni di mercato entro 18 mesi dalla data di efficacia della scissione e quotazione in Borsa della stessa Aspi».

Questo cambio di paradigma, tuttavia, come è noto, non è stato accolto positivamente da Cdp e neppure dall’esecutivo che contava sull’ingresso di Cassa nella partita per ragioni precise. Ossia per dare al dossier, oltre a un marchio italiano, stante peraltro la strategicità dell’asset che con i suoi 3 mila chilometri di rete collega di fatto l’intero paese, anche una sorta di bollino di garanzia rispetto alla necessità di avviare una nuova fase. Nuova fase che, sostengono alcuni osservatori vicini all’ente, è difficile da far partire se la compagnia non verrà dotata delle risorse finanziarie necessarie a ristabilire un certo equilibrio sul piano finanziario e patrimoniale (il debito supera i 10 miliardi e gli impegni prospettici in termini di investimenti sono assai rilevanti). Questo si potrebbe realizzare facilmente se l’ingresso di Cdp avvenisse, come inizialmente previsto, attraverso un aumento di capitale da circa 4 miliardi per il 33% di Aspi. Ipotesi, tuttavia, che nel nuovo schema predisposto da Atlantia non compare più. Possibile farlo rientrare? È il desiderata di Cassa secondo la quale lo schema sul quale si deve ragionare è quello che prevede in sequenza: aumento di capitale, vendita e Ipo con scissione.

Complicato dunque riannodare il filo del discorso, tanto più se oltre al tema della valutazione dell’asset, l’accordo è saltato per divergenze incolmabili su alcuni punti precisi: manleva e way out per Cdp senza penale dall’intesa. Richieste che l’ente ha ritenuto fin da subito fondamentali per dar seguito al patto ma che da parte sua la holding dei Benetton ha definito invece irricevibili. In particolare, nella lettera inviata all’esecutivo il 4 agosto per spiegare il cambio di rotta la società ha sottolineato «la richiesta di ampissime garanzie contrattuali, di indennizzi e di manleve non coerenti con un’operazione di quotazione in borsa, l’impegno di un socio di Atlantia ad approvare in assemblea le proposte presentate dal cda, l’obbligo di Aspi di procedere comunque con una Ipo in caso di mancata approvazione del progetto di scissione da parte dell’assemblea dei soci, diritti di recesso a favore di Cdp in più fasi dell’operazione, difficoltà al subentro nelle garanzie oggi rilasciate da Atlantia su parte del debito di Aspi». Tutti argomenti, a detta della società, non contenuti nella lettera del 14 luglio concordata con Palazzo Chigi sulle linee guida dell’accordo.

All’interno di questo nuovo quadro, cruciale resta evidentemente l’approvazione del piano economico finanziario di Aspi e dell’accordo transattivo, utili entrambi a definire un nuovo valore della concessionaria. In proposito, ieri al Mit si è discusso principalmente del pef mentre alla vigilia era stato esaminato l’accordo transattivo e in particolare come ripartire i 3,4 miliardi di risorse che verranno messi sul piatto dalla società. Allo stesso modo il ministero delle Infrastrutture ha chiesto ad Autostrade di predisporre una curva delle tariffe che abbia un andamento flat nel lungo periodo, quindi non più un taglio drastico ora e un rimbalzo poi, ma qualcosa di più sostenibile nel tempo.

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