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«Autostrade, Cdp compri da Benetton Tci vuole restare socio»

Una proposta per il futuro di Autostrade, alternativa all’acquisizione dell’88% da parte di Cdp in cordata con Blackstone e Macquarie. La avanza Tci, secondo socio di Atlantia, holding di controllo di Aspi. Quella del fondo Usa è una proposta «costruttiva» che consentirebbe al governo di ottenere il cambio di controllo del gestore, dopo la tragedia del ponte Morandi, ai Benetton di vendere la loro quota ma al tempo stesso di tutelare gli interessi dei soci di minoranza di Atlantia, il 70% del capitale, che «così non si sentiranno espropriati da una nazionalizzazione mascherata da una transazione tra privati poco trasparente che nulla a che fare con un’operazione di mercato».

A parlare è Jonathan Amouyal, partner del fondo Tci, che detiene il 10% di Atlantia. Il 31 maggio toccherà all’assemblea decidere se approvare o meno l’offerta della cordata di Cdp che complessivamente valuta Autostrade 9,3 miliardi. «Ci opponiamo alla struttura dell’operazione — spiega Amouyal — perché impone alle minoranze di cedere le azioni Aspi a un prezzo che non condividiamo. Consigliamo agli altri azionisti di rifiutare la proposta. Secondo noi Aspi vale ben oltre 10 miliardi e per questo ci sono fondi di private equity, il cui rendimento supera il 13%, con Cdp. Che cosa vuole il governo italiano? I Benetton fuori dalla gestione. Perché forzare anche noi minoranze a subire questa situazione? Proponiamo una struttura dell’operazione in cui la partecipazione in Aspi viene scissa con contestuale cessione a Cdp della parte riferibile ai Benetton, lasciando nel capitale di Aspi i soci di minoranza che vogliono restare. Sono certo che se all’assemblea di Atlantia venisse proposto lo spin-off di Aspi, verrebbe votato al 99%».

La proposta del fondo punta insomma a riaprire i giochi. «Il punto centrale è: essere trasparenti nel processo — continua — Il governo dovrebbe: approvare il piano economico finanziario per Aspi (quello che regola le tariffe agganciandole a investimenti e manutenzioni, ndr), senza il quale è impossibile formulare un’offerta; organizzare una gara internazionale per acquisire Aspi. Oppure organizzare l’uscita dei Benetton ma senza forzare anche gli altri azionisti a farlo».

Tecnicamente uno spinoff da Atlantia potrebbe portare alla quotazione di Autostrade ma per Tci non è un punto fondamentale:«Qualsiasi struttura è benvenuta. È un tema di volontà, la via tecnica si trova. Ma il governo non può chiudere gli occhi su quello che sta avvenendo. Sul mercato lo dicono tutti: la transazione non è etica e non è corretta. Badate bene — continua il manager del fondo — che noi non difendiamo i Benetton, noi difendiamo il mercato. Come Tci gestiamo 45 miliardi di dollari, abbiamo come investitori fondi di beneficenza, i più importanti fondi pensione americani, family office. Abbiamo un’ eccellente reputazione. I colleghi di altri fondi ci chiedono “ma perché mettete denaro in Italia?” Perché è un grande Paese; compreremmo tanto altro ma sarà impossibile se questo è l’atteggiamento del governo. Vorrei fare un appello a Mario Draghi e a Giovannini: noi vogliamo aiutare a trovare la soluzione, la struttura attuale non è la soluzione giusta, danneggerà gli investitori e la reputazione dell’Italia».

Tci ne ha anche parlato con i Benetton, nell’occhio del ciclone dopo il crollo del Morandi. «Ho parlato con Enrico Laghi (che guida Edizione, la holding di famiglia, ndr) e con qualcuno della famiglia, ho capito che c’è conflitto nei Benetton tra chi vuole vendere e chi no e chi si sente forzato a farlo. Abbiamo chiesto: perché volete accettare? Per stare tranquilli, ci hanno risposto».

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