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Da Autostrade ai prestiti all’economia, le prime partite di Scannapieco

La macchina targata Cdp che il governo Draghi ha messo in mano all’economista Dario Scannapieco — civil servant 53enne ben conosciuto dal premier fin da quando nel 1997 era direttore generale del Tesoro e il trentenne Dario veniva nominato nel «consiglio degli esperti» per le privatizzazioni — è la più poderosa dell’intero sistema finanziario italiano. La Cassa depositi e prestiti ha in pancia ben 275 miliardi di risparmio postale (la cifra più alta mai raggiunta dal 2013), nel 2020 ha mobilitato risorse per circa 39 miliardi per imprese, infrastrutture, PA e cooperazione Internazionale e ha prodotto utili per 2,5 miliardi (+25%). Ora è destinata a diventare ancora più centrale con la partenza del Piano di ripresa e resilienza e i 221 miliardi che possono essere messi in campo.

I numeri del bilancio di Cdp approvati ieri dall’assemblea presieduta da Giovanni Gorno Tempini (confermato) non lasciano dubbi sulla forza finanziaria che viene affidata a Scannapieco, che per questo incarico lascia dopo 14 anni la vicepresidenza della Bei (e da dieci la presidenza di Fei, Fondo europeo per gli investimenti). Prende il posto dell’amministratore uscente Fabrizio Palermo, in Cassa in quota Cinquestelle. Draghi ha voluto al vertice del colosso di via Goito un uomo di cui si fida e che conosce a fondo da decenni, un «Ciampi boy» che ritorna nell’alta Pubblica amministrazione, nella quale ha lavorato sotto sei ministri del Tesoro dal 1997 al 2007 gli ultimi cinque dei quali come direttore generale per finanza e privatizzazioni. Nelle intenzioni del governo sarà (anche) da Cdp che passerà l’implementazione del Pnrr, di cui Palazzo Chigi ha la regia.

Scannapieco porta in dote l’esperienza vincente del modello Bei, ovvero finanziamenti — anche in tandem con le banche e con caratteristiche innovative — con un’analisi puntuale dei progetti non soltanto dal punto di vista finanziario ma anche tecnico-sociale: che impatti avrà una strada sulla popolazione che dovrà usarla, se ridurrà il traffico e così via. È il modello utilizzato con il piano Juncker da complessivi 500 miliardi, primo fondo europeo per il rilancio dell’Unione dopo la crisi del 2011-2012 che vide la Bei agire in tandem con la Commissione come moltiplicatore degli investimenti, anche con l’ingresso in fondi d’investimento.

L’approccio ad ampio spettro nell’analisi e la velocità di esecuzione consolidati in Bei torneranno utile a Scannapieco «nella messa a terra del Pnrr», come ha detto ieri il presidente dell’Acri Francesco Profumo (le fondazioni hanno il 15,93% di Cdp), per portare cambiamenti importanti nel tessuto socio-economico, come nella mobilità sostenibile o nella digitalizzazione.

Proprio questi saranno banchi di prova immediati per Scannapieco. Lunedì 31 si tiene l’assemblea di Atlantia che dovrà valutare l’offerta da 9,1 miliardi del consorzio guidato da Cassa con i fondi Blackstone e Macquarie per Autostrade per l’Italia. Se verrà accettata, una volta definiti i contratti e il passaggio di Aspi, la Cdp avrà in mano una parte maggioritaria della rete autostradale e tanto lavoro da fare per rilanciarla. Altro grande dossier caldo è la fibra ottica: entro un paio di settimane è attesa la formalizzazione dell’acquisto del 10% di Open Fiber messo in vendita dall’Enel. La Cdp passerà al 60% (il 40% è di Macquarie) per accelerare la cablatura ad alta velocità, anche se i piani per la rete unica — Cdp ha una quota del 10% in Tim — non sono più così certi.

Il rilancio del Paese dopo un anno e mezzo di Covid potrà passare anche da Patrimonio Rilancio, un mega fondo del Tesoro da 44 miliardi (sulla carta) la cui gestione è stata affidata a Cdp. Il varo dello strumento è di questi giorni con un primo apporto da 3 miliardi. Bisognerà vedere che interpretazione ne darà l’economista romano formatosi ad Harvard: Patrimonio Rilancio può intervenire per aiutare aziende in crisi per la pandemia ma anche per investire in imprese sane; bisognerà vedere se Scannapieco vorrà competere con i fondi di investimento o al contrario lavorare insieme con loro, come faceva in Bei. In rampa di lancio c’è anche il passaggio di Sace al Mef ma anche questo dossier, che vale 4 miliardi, potrebbe essere rivisto.

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