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Autorizzazioni preventive su medi e grandi esercizi

Fissare un’a utorizzazione preventiva per le strutture commerciali di medie e grandi dimensioni a tutela della salute, dell’ambiente e dei consumatori non altera il confronto concorrenziale né viola i principi comunitari di libertà di insediamento, apertura e liberalizzazione delle attività economiche. L’ha stabilito il Tar di Venezia nella sentenza n. 766/2015, depositata dalla Terza sezione il primo luglio scorso, bocciando il ricorso di Federdistribuzione, a difesa delle imprese della distribuzione rappresentate, contro il regolamento sugli «indirizzi per lo sviluppo del sistema commerciale» (n. 1/2013) adottato dalla Regione Veneto per attuare la legge regionale in materia (n. 50/2012) già bocciata in parte dalla Corte costituzionale per altre ragioni (sentenza n. 251/2013). 
Stando alle contestazioni, l’atto avrebbe violato i principi di libera prestazione di servizi e libertà di iniziativa economica garantiti dal Trattato Ue (articolo 56) e dalla Costituzione (articolo 41) poiché subordina l’esercizio delle grandi strutture con più di 1.500 metri quadri di superficie di vendita ad «autorizzazione commerciale» e «valutazione integrata degli impatti», ovvero ad un «un controllo pubblico, preventivo o successivo, a tutela dei motivi imperativi di interesse generale», dalla tutela dell’ambiente e della sanità pubblica a quella dei lavoratori e dei beni culturali.
Al contrario, il Tar ha affermato che «la realizzazione di una grande struttura di vendita ha un considerevole impatto sul territorio, condizionandone la destinazione e gli sviluppi futuri, circostanza quest’ultima che impone, di per sé, la necessità che i principi in materia di liberalizzazione del commercio siano contemperati dalla tutela di un interesse generale, evidentemente inciso dalla realizzazione di una struttura di una tale dimensione. Ne consegue la legittimità di un controllo preventivo, e quindi autorizzatorio». Nel dettaglio, ha spiegato che «se è vero che a seguito della direttiva Bolkestein (2006/123/Ce, ndr) l’iniziativa economica non possa, di regola, essere assoggettata ad autorizzazioni e limitazioni (…) atti di programmazione aventi natura non economica (…) possono imporre limiti rispondenti ad esigenze annoverabili fra i motivi imperativi di interesse generale».
In base a tale principio – confermato da Corte di giustizia Ue (sentenza 24 marzo 2011, C-400/08) e Consulta (n. 104/2014) – tale regolamento è quindi legittimo poiché «non ha imposto limitazioni di tipo economico, ma si è limitata a porre una disciplina idonea a tutelare il territorio e l’ambiente urbano» e nel rispetto delle norme sulle liberalizzazioni che ammettono limiti per «interesse generale» (articoli 1 e 2, legge n. 27/2012) e di quelle per la crescita del Paese per cui gli enti locali possono porre tali restrizioni nell’insediamento di attività produttive e commerciali (comma 2, articolo 31, legge n. 214/2011, conversione Dl “Salva-Italia” n. 201/2011).

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