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Autoriciclaggio, condanna facile

Processo e condanna per autoriciclaggio anche in assenza di procedimento per il reato presupposto: è quanto stabilito dalla Cassazione penale con sentenza n. 42052 del 14 ottobre scorso. In particolare, nell’ambito di un procedimento per autoriciclaggio e riciclaggio, il Tribunale del riesame di Arezzo aveva parzialmente annullato il decreto con il quale il Gip aveva disposto il sequestro preventivo funzionale alla confisca di liquidità e immobili nella disponibilità degli indagati.Sia gli indagati che la pubblica accusa ricorrevano per Cassazione, deducendo motivi il cui rigetto o accoglimento richiedeva la definizione della preliminare comune questione relativa al rapporto tra l’accertamento delle fattispecie di riciclaggio/autoriciclaggio e quello dei reati presupposto da cui originava il profitto illecito.

Questa la questione: si possono valorizzare reati allo stato non ancora oggetto di attività investigativa, o per i quali pendono mere indagini preliminari, essendo sufficiente un accertamento incidentale? E, dall’altro lato, entro quali limiti il proscioglimento preclude la contestazione per (auto)riciclaggio? Netta la risposta della Cassazione, idonea a moltiplicare i procedimenti per riciclaggio. In primo luogo, la Suprema corte ha chiarito che la pronuncia della responsabilità per riciclaggio non richiede l’accertamento giudiziale della commissione del delitto presupposto, né dei suoi autori, né dell’esatta tipologia del reato, potendo il giudice affermarne l’esistenza attraverso prove logiche. Non è, pertanto, necessario che il delitto presupposto sia stato accertato da una sentenza di condanna passata in giudicato; basta che il fatto costitutivo non sia stato giudizialmente escluso, nella sua materialità, in modo definitivo, e che il giudice procedente per il riciclaggio abbia potuto riconoscerne la sussistenza.

Applicando tali considerazioni al caso di specie, dunque, la circostanza che alcuni illeciti non fossero ancora oggetto di indagini, in difetto della necessaria iscrizione nel Registro delle notizie di reato, o che per alcuni di essi pendessero mere indagini preliminari, non impediva di valutarne incidentalmente la configurabilità, seppur con valenza limitata a procedimento.

Per questo, con riferimento a tale doglianza, il ricorso del pm è risultato meritevole di accoglimento.

Quanto invece alla speculare ipotesi in cui le contestazioni dei reati-presupposto siano definite con proscioglimento, la Corte ha riconosciuto che il giudicato assolutorio con le formule «perché il fatto non sussiste» o «perché il fatto non costituisce reato» preclude ogni diversa valutazione incidentale in peius, venendo meno il «presupposto positivo» dell'(auto)riciclaggio. Analogo principio s’impone nel caso in cui l’assoluzione sia stata pronunciata perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, o, qualora la norma incriminatrice contempli soglie di punibilità come per i delitti tributari, per mancato raggiungimento del tetto quantitativo.

Da qui un parziale accoglimento della impugnazione degli indagati.

A differente soluzione si deve però addivenire se l’imputato del delitto principale sia stato assolto per insufficienza di prove o per non aver commesso il fatto, precisazione già offerta da alcuni precedenti della Suprema corte, tra cui la sentenza 7795/2014 che ha altresì esplicitato come non vada automaticamente escluso il riciclaggio per effetto dell’intervenuta sentenza di «non luogo a procedere» (pur confermata in sede di legittimità) in ordine al delitto non colposo da cui si assuma provengano le cose riciclate, trattandosi di sentenza non irrevocabile.

Infine, l’eventuale estinzione (per prescrizione) dei reati-presupposto contestate va considerata priva di effetti sulla configurabilità delle fattispecie di riciclaggio/autoriciclaggio provvisoriamente ipotizzate, essendovi sul punto un chiaro dettato normativo che all’art. 170 c.p., comma 1, espressamente stabilisce che «quando un reato è il presupposto di un altro reato, la causa che lo estingue non si estende all’altro reato».

Stefano Loconte e Giulia Mentasti

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