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Autodenuncia da voluntary

Il contribuente che si avvale della voluntary disclosure continua ad essere astrattamente esposto alla contestazione di altri reati, per i quali non è stata prevista alcuna causa di non punibilità. Vediamo perché.

Con l’entrata in vigore del dl 22 ottobre 2016, n. 193, sono stati anche riaperti i termini per avvalersi della nuova procedura premiale di collaborazione volontaria per i contribuenti incorsi in determinate violazioni tributarie, meglio nota come voluntary disclosure.

La deadline per il ricorso alla nuova voluntary disclosure è il 31 luglio 2017; possono farvi ricorso i contribuenti «che non abbiano già presentato istanza in precedenza, anche per interposta persona», rispetto a violazioni commesse non oltre il 30 settembre 2016 (risalenti, cioè, sino al periodo d’imposta 2015).

1.
Le disposizioni previgenti, confermate dalla reintroduzione della procedura. Rimane saldo il principio di c.d. «spontaneità» che deve informare l’iniziativa del contribuente. La collaborazione volontaria continua, infatti, a non essere ammessa qualora il contribuente, anche tramite soggetti solidalmente obbligati in via tributaria o da soggetti concorrenti nel reato, acquisisca formale conoscenza dell’avvio di verifiche fiscali o di procedimenti penali a suo carico, per violazioni inerenti l’ambito oggettivo di applicazione della procedura di collaborazione volontaria.

È rimasto immutato anche il novero di reati tributari «coperti» dalla causa di non punibilità che il ricorso alla collaborazione volontaria attiva.

La veridicità e completezza delle informazioni disvelate all’Amministrazione finanziaria sono ancora presidiate dal reato di esibizione di atti falsi e comunicazione di dati non rispondenti al vero, (di cui all’art. 5-septies dl 167/1990), che punisce con la reclusione da 1 anno e 6 mesi a 6 anni chiunque faccia ricorso a documentazione falsa o a dichiarazioni mendaci, nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria.

Confermata anche l’estensione degli effetti premiali del ricorso alla procedura agli eventuali concorrenti nel reato: l’esclusione della punibilità, infatti, continua ad estendersi anche ai correi, indipendente dalla circostanza che gli stessi si siano o meno avvalsi in proprio della procedura.

 

2. L’incentivo alla riemersione del contante «in nero»: le novità introdotte con la nuova procedura. Il tentativo, a dire il vero piuttosto «timido», di incentivare la riemersione degli accumuli di denaro contante, prevalentemente generati da violazioni domestiche, ha animato le poche e contenute novità della nuova procedura di collaborazione volontaria. Il perseguimento di tale esigenza ha comportato, invero, un rafforzamento dei presidi di tutela ai principi di veridicità e completezza che devono accompagnare il ricorso alla procedura.

In questi termini deve essere, innanzitutto, concepita l’introduzione del nuovo reato di ricorso fraudolento alla procedura (art. 5-octies, lett. i, dl 167/1990) che punisce con la medesima sanzione prevista per il reato di esibizione di atti falsi e comunicazione di dati non rispondenti al vero (da 1 anno e 6 mesi a 6 anni), chiunque ricorra ad un utilizzo fraudolento della procedura al fine di far emergere attività finanziarie e patrimoniali ovvero contanti provenienti da reati diversi da quelli tributari coperti dalla voluntary disclosure.

La nuova fattispecie incriminatrice specifica (forse un po’ «pleonasticamente») che qualora il contribuente si avvalga fraudolentemente della procedura per «lavare» proventi di reati diversi da quelli coperti dalla procedura, resta ferma l’applicabilità anche degli eventuali delitti di riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, autoriciclaggio e fittizia intestazione di valori, di cui, rispettivamente, agli artt. 648-bis, 648-ter, 648-ter1 del codice penale e art. 12-quinquies del decreto-legge 8 giugno 1992, n 306.

Per tentare un esempio, potrebbero rientrare in tale nuova fattispecie di reato tutte quelle ipotesi di fittizia attribuzione di denaro contante (o valori al portatore) provenienti da reati non fiscali (es. i proventi di una truffa) a soggetti potenzialmente in grado di generare ingenti quantitativi di liquidità, anche attraverso violazioni fiscali coperte dalla voluntary disclosure; il pensiero corre subito a tutti quei soggetti che operano in quei settori di mercato dove sono ancora diffusi i pagamenti in contante ed in «nero».

Collateralmente all’introduzione della nuova fattispecie di reato, deve leggersi il disposto di cui all’art. 5-octies, comma 3, lett. a); si tratta dell’altra novità degna di menzione, introdotta dalla nuova procedura. Tale previsione è concepita per scongiurare il pericolo che la procedura, ipso facto, si trasformi in un’operazione di riciclaggio, nella misura in cui si dovesse profittare del silenzio sulla genesi del denaro contante o dei valori al portatore, oggetto di emersione.

A tal fine, il contribuente è, ora, chiamato ad attestare che «l’origine di tali valori non deriva da condotte costituenti reati diversi» da quelli tributari per il quali è concessa la non punibilità, mediante il rilascio di una specifica dichiarazione da allegare alla relazione di accompagnamento. L’eventuale falsità di tale dichiarazione è, ragionevolmente, passibile di integrare gli estremi del reato di esibizione di atti falsi e comunicazione di dati non rispondenti al vero.

3. I potenziali effetti auto-indizianti del ricorso alla collaborazione. Il nuovo impianto procedurale non ha offerto alcuna soluzione alle problematiche legate al concreto ricorso alla collaborazione volontaria, che già si erano manifestate nella vigenza della precedente edizione.

Fra le tante questioni di rilievo penale, merita di essere messo in evidenza il rischio, ancora attuale, che il ricorso alla procedura possa «scatenare» conseguenze auto-indizianti. Il contribuente che si avvale della voluntary disclosure continua ad essere astrattamente esposto alla contestazione di altri reati, per i quali non è stata prevista alcuna causa di non punibilità.

Alle violazioni dichiarative formali e sostanziali che il contribuente fa emergere nel corso della procedura, invero, spesso si associano ipotesi di appropriazione indebita (art. 646 c.p.), infedeltà patrimoniale (art. 2634 c.c.), corruzione tra privati (art. 2635 c.c.), false comunicazioni sociali (artt. 2621 e 2622 c.c.) e di altri delitti contro la fede pubblica, che, nelle previsioni delle precedenti iniziative finalizzate all’emersione delle violazioni fiscali, venivano solitamente attratti nell’orbita della «non punibilità», sempre se commessi per eseguire od occultare reati tributari (v., ad esempio, il dl 78/2009, il c.d. «scudo fiscale ter»).

La nuova voluntary disclosure, come premesso, nulla prevede a tale proposito; si devono pertanto ritenere certamente escluse dall’effetto premiale tutte le fattispecie di reato ulteriori rispetto a quelle espressamente indicate come non punibili.

In questi termini, la spada di Damocle dell’autoincriminazione, che, in ogni caso, sempre penderebbe sulla testa del contribuente resipiscente, continua a fungere da deterrente ad un accesso diffuso e il più esteso possibile alla procedura di collaborazione volontaria.

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