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Auto La mappa in casa Fca Gli uomini da prima linea Alla ricerca di un’altra (possibile) Chrysler

Martin Winterkorn, con tedesca precisione, ha stroncato qualunque gossip facendo i nomi di chi è destinato a succedergli sullo scranno più alto della Volkswagen. Sergio Marchionne, italo-canadese al volante di Fca, pensa al futuro con uno stile più fluido ma non per questo meno impegnato: «Uno dei miei compiti e dei miei obblighi è creare le condizioni per far crescere, all’interno dell’azienda, il mio successore», ha detto durante il Motor Show di Ginevra. E ha aggiunto: «C’è chi è cresciuto e chi no, ma questo succede ovunque. Sto lavorandoci da tempo, le società che non lo fanno credo che abbiano dei problemi». Marchionne continua ad affermare che lascerà Fca nel 2018 «per fare altro». 
Prospettive
Non tutti gli credono. Oggi è difficile pensare ad una Fiat/Chrysler senza di lui, che sta iniziando a raccogliere i frutti di una strategia industriale e commerciale che ha sollevato entusiasmi e critiche. Ricapitolando: nel 2014, la fusione tra Fiat e Chrysler e la presentazione di un piano da 50 miliardi da realizzare entro il 2018. Marchionne ha portato Fca in Borsa a New York e a Milano ha deciso lo scorporo di Ferrari per quotarne il 10% a Wall Street. A fine aprile inaugurerà il nuovo impianto di Pernabuco, in Brasile, un tassello fondamentale per lo sviluppo in Sud America. Le auto di Fca sono ritornare ad essere le più vendute in Italia, la ripresa del mercato viene cavalcata in tutta Europa con il lancio dei nuovi modelli Fiat 500X e Jeep Renegade. Negli Stati Uniti, a febbraio, nonostante il freddo e la neve, Fca ha venduto circa 164 mila veicoli, il 6% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Melfi, con 1.900 nuovi posti di lavoro annunciati a Ginevra da Marchionne, diventerà la più grande fabbrica italiana di auto.
Alfa Romeo ha intrapreso il rilancio: il 24 giugno verrà presentata la prima di otto vetture, una berlina che potrà scontrarsi, senza timori contro l’Audi A4 o la Bmw Serie 3.
Sostituire Sergio Marchionne non sarà facile. O forse non è la cosa giusta da fare: «Il mio ruolo dovrà essere riconfigurato, il prossimo ceo farà cose completamente diverse da quelle che faccio io». Forse non sarà sufficiente una sola persona, a meno che John Elkann, presidente di Fca, non decida di prendere lui direttamente le redini del gruppo.
Ma non sembra nemmeno questa l’idea. Elkann ha sempre affermato che intende mantenere la sua attuale posizione: «Sono tranquillo: avendo una panchina lunga su cui sono seduti candidati forti». Numerosi sono infatti i dirigenti ormai considerati maturi. Le opzioni sono diverse. Per esempio gli uomini chiave potrebbero diventare due, uno da una parte ed uno dall’altra dell’Atlantico. Tra i nomi forti spicca Richard Tobin, alla guida di Cnh Industrial — macchine per l’agricoltura e movimento terra, camion, veicoli commerciali (Iveco) e autobus — che fa capo alla Exor, holding controllata dalla famiglia Agnelli. Tobin ha una grande esperienza finanziaria e manageriale negli Stati Uniti e in Svizzera.
Ma seduto sull’ideale panchina dei candidati c’è anche Richard Palmer, l’uomo ombra di Marchionne. Tra i due esiste un bel rapporto, è il capo finanziario del gruppo, ha guidato la società verso la quotazione a Wall Street, superando ostacoli che parevano insormontabili, consentendo il cambiamento avvenuto negli ultimi cinque anni. Recentemente il Detroit Free Press ha scritto «Palmer, dietro le quinte, realizza la visione di Marchionne», eleggendolo manager dell’anno 2015. Lo stesso Marchionne ha riconosciuto che «Richard è leader nell’organizzazione, le sue qualità si dimostreranno inestimabili nella fase esecutiva del piano, entro il 2018».
Regioni
Anche Mike Manley è tra i papabili: è il capo del marchio e della regione asiatica, sulle sue spalle il lancio di Renegade nel mondo. La macchina verrà assemblata anche nella fabbrica brasiliana di Pernambuco e in Cina nell’impianto del partner Gac. Nel 2014 le vendite di Jeep hanno superato un milione di unità, nel mondo, una crescita vicina al 40%, con la promessa che «nel 2015 continueremo a crescere». E poi c’è Harald Wester, il tedesco-italiano, che vive tra Detroit e Modena. E’ sicuro di replicare su ampia scala il successo di Maserati con il rilancio di Alfa Romeo, perché «abbiamo tutte le risorse e le competenze per riuscirci, prima di tutto l’eccellenza dell’esecuzione». Ha lavorato in Volkswagen e in Audi, poi nell’austriaca Magna, in Fiat ed in Ferrari. E’ ripartito da un foglio bianco per Maserati che oggi viaggia intorno alle 38 mila vendite annue, in attesa del suv Levante, destinato a portare il marchio del Tridente sulla soglia delle 75 mila immatricolazioni nei prossimi due anni ( nel 2013 sono state circa 15.500).
Alfredo Altavilla, tarantino in tutte le sue passioni, è piemontese nella sua fredda razionalità. Era a Washington, a fianco di Marchionne, al momento della firma per l’acquisizione di Chrysler. Nelle sue mani, oltre alla responsabilità della Regione Emea, anche lo sviluppo degli accordi internazionali. Sta riportando l’Europa al pareggio operativo entro la fine dell’anno, credendoci più di tutti. Tanto da far dire a Marchionne, «negli ultimi cinque anni sono stato molto pessimista, oggi non stappo lo champagne sull’Europa, ma guardo al futuro con ottimismo».
I leader potenziali, insomma, non mancano. Ma per ora non si fa come ha fatto il gruppo Volkswagen che per voce di Martin Winterkorn, il potente numero uno di Wolfsburg, ha già indicato come suoi possibili successori Andrea Renschler e Herbert Diess, provenenti da Mercedes e da Bmw.
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