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Auto, la grande partita delle alleanze La Borsa di Parigi punta su Psa e Fca

Sergio Marchionne ha scoperchiato il vaso di Pandora delle alleanze internazionali tra i colossi dell’auto. Il mercato apprezza, le banche d’affari si sono messe al lavoro ipotizzando, come sempre in questi casi, diversi scenari, mentre le case automobilistiche di mezzo mondo si trincerano dietro dichiarazioni di circostanza, riservati «no comment» o, per il momento, garbati «non ci interessa». Anche ieri Fiat Chrysler è stata la protagonista dei mercati e il titolo a Piazza Affari ha terminato la seduta sopra 14 euro. Secondo l’agenzia finanziaria «Bloomberg», il Ceo di Fca avrebbe nominato un advisor per portare avanti il progetto di fusione con General Motors. Sulla scorta di queste indiscrezioni, altri si sono spinti ad ipotizzare persino un’Opa ostile sul colosso di Detroit con tanto di banche finanziatrici già pronte. In seconda battuta sarebbero sul tavolo anche le ipotesi relative a produttori europei top come Volkswagen o asiatici come Suzuki (con la quale Fca ha regolari rapporti per la fornitura di motori, ma è ancora legata a doppio filo proprio con Wolfsburg per una pendenza giudiziaria che pare non sciogliersi). Tra i produttori asiatici ieri Toyota si è chiamata fuori («Non siamo interessati a una fusione con Fca», Chrysler non rappresenta una buona combinazione»). E verrebbe considerato anche un «piano C» dedicato a Psa Peugeot Citroen. Su quest’ultimo dossier si è concentrato ieri il mercato che ha spinto i titoli della casa francese al rialzo (+ 3,6% a Parigi). Carlos Tavares, il capo di Psa, partecipata sia dallo Stato francese che da quello cinese attraverso l’alleato Dongfeng, in un’intervista al «Corriere» ha di recente scartato un’intesa con Fca, poiché il gruppo è ancora in una fase di ristrutturazione che assorbe il management. 
Marchionne da tempo insiste sulla necessità di un consolidamento come rimedio all’incapacità dei grandi gruppi a remunerare adeguatamente il capitale. Con un certo clamore, a valle della presentazione dei conti trimestrali, a fine aprile, il top manager affidava simili considerazioni a slide intitolate «confessioni di un drogato da capitale». E questo senza fare un passo indietro. Quelle riflessioni erano infatti accompagnate da quattro avvertenze: Fca non è in vendita; Fca non sta rivedendo il piano industriale, per Fca un’alleanza non è questione di vita o di morte; l’alleanza non sarebbe l’ultimo atto di Marchionne.
Gm si è mostrata fin qui resistente alle avances Fca, ma certo Marchionne ha molte frecce a disposizione, non ultima la vicinanza con il potente sindacato Usa del settore Uaw, grande azionista a Detroit. Potrebbero essere avviati anche colloqui con Harris Associates L.P., che possiede il 5% di Gm. David Herro, portfolio manager e chief investment officer, ha dichiarato il 26 maggio che «Marchionne ha toccato il tasto giusto, il settore ha bisogno di fusioni e noi sosterremmo con forza un consolidamento. Forse un’intesa Fca-Gm potrebbe funzionare». Un altro soggetto disponibile ad ascoltare potrebbe essere il fondo Berkshire Hathaway, guidato da Warren Buffett, che ha in mano circa il 3% di Gm.
Azionisti e management da avvicinare e convincere, ma non certo un’opa ostile che al momento appare molto più simile ad una sceneggiatura hollywoodiana che al mondo dell’industria, in cui è necessario iniziare a collaborare dal giorno stesso in cui viene siglata un’alleanza.
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